“Senza” di Gaetano Perricone: una storia di amore, dolore e dedizione

“Senza” di Gaetano Perricone: una storia di amore, dolore e dedizione

Il libro “Senza” di Gaetano Perricone continua a far riflettere e a commuovere. La toccante storia raccontata dall’autore, giornalista del glorioso “L’Ora” di Palermo, viene magistralmente analizzata nella recensione della giornalista  Elvira Naselli, che mette in luce non solo il dolore e la sofferenza di un lungo percorso accanto a una persona amata gravemente malata, ma anche la bellezza dell’amore, della dedizione e della solidarietà che emergono in momenti di estrema fragilità.

di ELVIRA NASELLI

Una cronaca dura e carezzevole di un lungo accompagnamento: 392 giorni accanto alla moglie, dopo un difficile intervento per un tumore al cervello dagli esiti infausti

Cominci a leggere il libro di Gaetano Perricone e sai già che non ci sarà il lieto fine. Che ci saranno pezzi di vita guadagnati, attimi di serenità strappati alla malattia, ma che l’epilogo – dopo mesi di viaggi fuori casa, a Milano, lontani dalla Sicilia – non può che essere la fine che sta lì, dietro a ogni pagina, nascosta dietro ogni miglioramento e ogni speranza: ineluttabile e inevitabile. Eppure, la penna di Perricone, giornalista del glorioso giornale L’Ora di Palermo, non racconta solo il dolore, l’ansia, il senso di vuoto infinito e l’angoscia di fronte a ogni referto e a ogni visita che entra in camera. Racconta anche una bellissima storia d’amore, la sua compagna moglie Daniela Lupo, che se ne è andata via dopo 392 giorni di montagna russa della speranza: più di un anno in cui lui, scrittore ma soprattutto marito, si è fatto caregiver, sorridendo e stringendole la mano anche quando cadeva la devastazione dentro. Daniela aveva un tumore benigno al cervello, un neurinoma, benigno come natura, ma maligno come posizione. Cosa che ha reso l’intervento chirurgico – effettuato al Besta di Milano, eccellenza nel campo della neurologia e della neurochirurgia – imprevedibile e dall’esito non più certo.

Senza è un racconto che fa male, perché chi non ha perso una persona amata che, andando insieme, si è portata via anche un pezzo della nostra vita? Ma non solo. Senza è anche la storia di quegli incontri inaspettati di chi si accompagna in vita e, come quando succedono in un momento di devastazione e di dolore, di estrema vulnerabilità, ti fanno sperare che qualcosa di buono possa ancora succedere: è accaduto a Perricone, che ha lasciato la Sicilia per spostarsi al Besta di Milano, incontrando persone amiche che gli tendono la mano, accarezzando il suo dolore, ma offrendo anche la concretezza di un alloggio per evitargli di continuare a tornare la sera in una anonima stanza di un residence. O di un abbraccio di un vecchio collega perso di vista.

Senza è un resoconto crudo di cronaca, un racconto che travolge e che ti fa sperare che no, però, sai già che il destino di questa donna coraggiosa che affronta la sua malattia con fermezza, in realtà, è già scritto. E man mano che il racconto va avanti la preoccupazione si sposta sul lui che narra, pensi che sarà travolto da un dolore forte tanto quanto il legame con la moglie.

Chi scrive di medicina spesso racconta le storie di uomini che scappano lontano di fronte a diagnosi infauste delle loro compagne. Non per cattiveria o insensibilità. O forse anche un pochino. Ma, soprattutto, perché non ce la fanno, non sono in grado di reggere un percorso lunghissimo fatto di esami dopo esami, speranze e delusioni, mortificazioni del corpo e continuo pauroso attesa. E poi ci sono uomini come Perricone, che non si vogliono staccare un attimo dal letto della moglie, vigilando ogni reazione e sperando che sia un progresso.

Senza, però, è anche il resoconto dettagliato di un sistema sanitario che in modo sì evidente, efficiente quando si tratta di curare mali gravi, anche per lunghi periodi, attento al paziente e alla fragilità di chi con il paziente attraversa quel mare magnum di incertezze che è la malattia. E solerte anche nell’andare oltre, nel fornire cure aggiuntive anche se non previste dai protocolli, nel solo interesse del recupero funzionale del paziente.

Scriviamo spesso che il nostro è un sistema sanitario in bilico su una frattura, che non si può offrire più tutto a tutti e che il risultato del sottofinanziamento dell’attuale sanità medica comporta una naturale incrementazione di patologie croniche degenerative, e quindi di costi sanitari, non è risolvibile, se non con una iniezione di denaro e personale. Eppure, quando c’è davvero bisogno, in quei casi gravi che spingono molti dalla regione del Sud a spostarsi al Nord, il Servizio sanitario c’è sempre. Si dice in Sicilia – ma immaginiamo anche in altre Regioni del Sud – che il meglio procede sempre al Nord. E non perché in Sicilia non ci siano professionisti all’altezza, ma perché le eccellenze sono altrove e allora in caso di problema grave si cerca l’eccellenza. Anche se poi non sempre salva, ma almeno regala una chance in più che, per chi la sta giocando, è poca.

E al Besta Perricone e la moglie trovano più di un gruppo di lavoro che si prende carico anche di lei (e anche di lui). Tra professionisti empatici, medici e infermieri che dedicano loro tempo, attenzione e modi carezzevoli che possono far bene all’anima in quei momenti in cui tutto è buio e non credi neanche più che al di là del tunnel la luce ci possa davvero essere. E, anzi, che la luce possa esistere ancora.

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