Selinunte, l’affare della posidonia: tangenti, mafia e appalti truccati al porticciolo
A rendere ancora più delicata la vicenda è la partecipazione di soggetti vicini alla criminalità organizzata. Già dal novembre 2024 gli investigatori hanno documentato la presenza nel polo tecnologico di Castelvetrano — dove la posidonia veniva conferita — di Carmelo Vetro, boss di Favara, e di Giovanni Filardo, cugino del defunto capomafia Matteo Messina Denaro.
Filardo, già noto per indagini precedenti su Cosa nostra e sulle intestazioni fittizie di imprese, partecipava attivamente alle operazioni di smaltimento della posidonia con l’uso di escavatori intestati a terzi, eludendo i provvedimenti interdittivi a suo carico. Anche Vetro, formalmente solo dipendente di An.Sa Ambiente, aveva un ruolo attivo nei lavori, impartendo indicazioni sulle operazioni e sulle tempistiche del trasporto dei sedimenti.
Secondo gli investigatori, il territorio di Castelvetrano rimane un punto nevralgico per interessi mafiosi, dimostrando come, nonostante la cattura e la morte di Matteo Messina Denaro, le relazioni opache tra imprese e pubblica amministrazione continuino a produrre vantaggi illeciti.
Le due fasi operative e l’affare vero
Il progetto per la bonifica del porticciolo prevedeva due fasi:
Dragaggio del porticciolo con rimozione di sabbia, detriti e posidonia accumulati.
Trasporto e smaltimento dei sedimenti, circa 400 tonnellate, in discarica dopo la caratterizzazione chimica dei campioni.
È proprio nella seconda fase, quella del trasporto e dello smaltimento, che secondo la procura si concentrava il vero guadagno illecito. Società e intermediari legati agli indagati ottenevano così un vantaggio economico diretto dalla gestione dei rifiuti, con un controllo capillare delle operazioni da parte di Teresi e Vetro.
