I programmi di conservazione devono utilizzare evidenze causali per valutare il loro impatto.
In tempi in cui il finanziamento delle attività di conservazione è spesso precario, la capacità di valutare il successo attraverso prove causali diventa fondamentale. Non possiamo più permetterci di operare in uno stato di “pensiero magico”, sperando che le nostre azioni abbiano un impatto positivo senza avere dati concreti a supporto.
Dove ci troviamo ora
A quasi due decenni dall’allerta di Ferraro e Pattanayak, i progressi sono stati significativi, con un crescente numero di valutazioni d’impatto sui progetti di conservazione. Tuttavia, molte di queste rimangono esercizi accademici, difficili da interpretare per i professionisti del settore. La complessità tecnica può risultare inaccessibile per coloro senza una formazione statistica, eppure la maggior parte dei progetti di conservazione non è ancora valutata in termini di impatto.
Non è mancata la volontà di migliorare: molte organizzazioni di conservazione desiderano apprendere dai propri sforzi. Tuttavia, la mancanza di risorse e la complessità dei metodi di valutazione continuano a rappresentare ostacoli significativi.
Le sfide della valutazione causale
Le motivazioni per cui molte organizzazioni non utilizzano prove causali variano da budget limitati a una persistente inclinazione a considerare i tradizionali studi di caso come validi. La serie di articoli di Mongabay ha evidenziato che anche le più grandi ONG di conservazione lottano per generare evidenze causali. Si é notato che “La scienza disponibile non è facile da utilizzare” e che le valutazioni rigorose sono costose e richiedono competenze tecniche spesso assenti all’interno delle organizzazioni.
