Giovane muore dopo intervento di appendicite: maxi risarcimento alla famiglia
Secondo quanto ricostruito nel corso del processo, dalle carte emerge un elemento ritenuto decisivo dal tribunale. Nonostante il paziente fosse monitorato e avesse manifestato segnali critici nella fase immediatamente successiva all’operazione, la prima verifica del ritmo cardiaco sarebbe avvenuta soltanto 15 minuti dopo l’arresto.
Un ritardo giudicato determinante. I periti incaricati dal giudice hanno infatti stabilito che un intervento nei primi minuti avrebbe garantito al giovane una probabilità di sopravvivenza superiore al 50%. Nella perizia si legge che «qualora si fossero applicate correttamente le raccomandazioni previste dalla più accreditata letteratura scientifica e dalle linee guida sul trattamento dell’arresto cardiaco, si sarebbe potuto evitare il decesso con elevato grado di probabilità».
In particolare, i consulenti hanno evidenziato «il ritardo nell’attivazione delle procedure di emergenza, la mancata immediata valutazione del ritmo cardiaco e, soprattutto, l’omesso utilizzo del defibrillatore», elementi che avrebbero inciso in modo causale sull’esito fatale.
