Mafia a Palermo, 46 condanne e oltre 300 anni di carcere per il clan di Porta Nuova
Carabinieri - sicilianews24.it
PALERMO – Quarantasei condanne, cinque assoluzioni e oltre tre secoli di carcere complessivi. È il verdetto pronunciato dal gup Patrizia Ferro in uno dei tronconi dell’inchiesta antimafia “Grande Inverno”, che nel febbraio 2025 aveva portato a un maxiblitz dei carabinieri con 181 arresti. Al centro del processo gli affari della mafia di Porta Nuova: traffico di droga, estorsioni ai commercianti, scommesse clandestine e denaro destinato al sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie.
A riportare la sentenza è il Giornale di Sicilia, che ricostruisce il sistema di potere e gli interessi economici della cosca palermitana.
Il procedimento si è svolto con rito abbreviato, che prevede in caso di condanna una riduzione della pena di un terzo.
Le condanne: vent’anni a Calogero Lo Presti
La pena più alta, 20 anni di reclusione, è stata inflitta a Calogero Lo Presti, conosciuto come «zio Pietro» o «il nonno», indicato come uno dei boss storici del mandamento di Porta Nuova.
Secondo la ricostruzione investigativa, Lo Presti avrebbe continuato a rappresentare un punto di riferimento per gli affiliati anche durante la detenzione. A lui si sarebbero rivolti per risolvere contrasti interni e ottenere indicazioni.
Tra le altre condanne figurano:
- Stefano Comandè: 17 anni e 4 mesi.
- Tommaso Lo Presti, detto «il pacchione»: 16 anni e 8 mesi.
- Pietro Pozzi: 15 anni.
- Cristian Cinà: 14 anni.
- Giuseppe Auteri, detto «Vassoio»: 13 anni e 4 mesi.
- Cristian D’India: 13 anni e 4 mesi.
- Angelo Costa: 10 anni e 8 mesi.
- Tommaso Lo Presti, detto «il lungo»: 5 anni.
Il Giornale di Sicilia evidenzia anche il ruolo attribuito a Tommaso Lo Presti, soprannominato «il pacchione», che dopo la scarcerazione del novembre 2023 avrebbe aspirato alla guida della cosca.
Giuseppe Auteri e la gestione della cassa mafiosa
Una delle figure centrali dell’inchiesta è Giuseppe Auteri, conosciuto come «Vassoio».
Secondo gli investigatori, Auteri avrebbe assunto la reggenza del mandamento, continuando a esercitare la propria influenza anche durante la latitanza.
Dopo aver affiancato Giuseppe Incontrera, ucciso nel giugno 2022, nella gestione della cassa mafiosa, ne avrebbe preso il posto occupandosi della raccolta e della distribuzione del denaro.
Ricercato dal settembre 2021, avrebbe continuato a impartire disposizioni agli uomini di fiducia e a controllare le attività economiche del gruppo.
La sua latitanza terminò nel marzo 2024, quando i carabinieri lo catturarono in un appartamento nella zona di via Oreto.
Durante l’operazione furono trovati una pistola con matricola abrasa, quindici cartucce e quasi cinquemila euro in contanti.
Il pizzo anche sugli Ape-taxi dei turisti
L’inchiesta ha ricostruito un sistema di controllo che, secondo l’accusa, si estendeva anche ad attività economiche di modesta entità.
Tra queste figurava il servizio di Ape-taxi utilizzato per accompagnare i turisti nel centro storico di Palermo.
Per poter lavorare, gli operatori avrebbero dovuto versare 100 euro al mese alla cosca.
Ma il pagamento non sarebbe stato sufficiente: secondo la ricostruzione investigativa, erano gli stessi mafiosi a stabilire chi potesse svolgere il servizio.
Un meccanismo che mostra come il controllo del territorio si estendesse anche a piccole attività commerciali.
La bisca clandestina a Ballarò e la richiesta di 500 euro
Tra gli episodi ricostruiti figura anche una vicenda legata a una bisca clandestina aperta nel luglio 2023 a Ballarò da Cristian D’India.
Secondo quanto riferisce il Giornale di Sicilia, Giuseppe Auteri avrebbe preteso una somma di denaro per consentire l’attività.
D’India avrebbe offerto 250 euro come «regalo», ma Auteri ne avrebbe richiesti 500.
«Gli dici che i 250 se li tengono», avrebbe fatto sapere attraverso un intermediario.
Per timore di ritorsioni, la bisca sarebbe stata trasferita nel quartiere Noce.
D’India si sarebbe quindi rivolto a Calogero Lo Presti, che dal carcere gli avrebbe consigliato di chiudere l’attività, promettendo un intervento in caso di ulteriori problemi.
I 315 mila euro trovati in una cassaforte
Tra i condannati figura anche Angelo Costa, accusato di aver gestito il traffico di sostanze stupefacenti con l’aggravante mafiosa.
Nel marzo 2025, durante le perquisizioni successive al maxiblitz, i carabinieri sequestrarono 315 mila euro in contanti.
Il denaro era custodito in una cassaforte nell’abitazione della suocera di Costa, indicata come estranea alla vicenda.
Accanto ai soldi furono trovati alcuni pizzini, ritenuti dagli investigatori possibili annotazioni della contabilità dell’organizzazione mafiosa.
I soldi della droga per i detenuti e le loro famiglie
Una parte dei proventi delle attività illecite sarebbe stata destinata al mantenimento degli affiliati detenuti e dei loro familiari.
La gestione di queste somme, tuttavia, avrebbe provocato tensioni anche tra i vertici del gruppo.
Il Giornale di Sicilia riporta una conversazione nella quale Calogero Lo Presti, parlando con il nipote, si sarebbe lamentato di ricevere poco denaro, accusando Giuseppe Auteri.
«Non è che mi manda niente questo indegno», avrebbe detto.
Un episodio che evidenzia le tensioni interne nella distribuzione degli incassi della cosca.
I risarcimenti alle parti civili
La sentenza prevede anche il risarcimento delle parti civili costituite nel procedimento.
Tra queste figurano il Comune di Palermo, il Centro studi Pio La Torre, SOS Impresa, Confcommercio, la Federazione antiracket e lo Sportello di solidarietà.
Il verdetto rappresenta un importante passaggio giudiziario nell’inchiesta Grande Inverno, che ha ricostruito gli assetti e gli interessi economici della mafia di Porta Nuova.
Le 46 condanne pronunciate in primo grado delineano un’organizzazione capace, secondo la ricostruzione giudiziaria, di controllare attività criminali e imporre estorsioni anche su piccoli servizi turistici, alimentando una cassa destinata a sostenere il sistema mafioso.
La sentenza non è definitiva e resta valido il principio della presunzione di innocenza fino al passaggio in giudicato delle eventuali condanne.
