Le relazioni tra esseri umani e animali sono da sempre profonde, ma negli ultimi decenni si sono intensificate in modo tale da influenzare direttamente la salute di entrambe le parti. Secondo Antonia Mataragka, ricercatrice dell’Università Agraria di Atene, non è un caso che oggi cani e gatti sviluppino sempre più malattie croniche, proprio come gli esseri umani.
In uno studio pubblicato sulla rivista Risk Analysis, la ricercatrice analizza come i cambiamenti negli ambienti domestici, l’inquinamento e gli stili di vita imposti dall’uomo abbiano modificato radicalmente le condizioni di salute degli animali. I dati mostrano un aumento significativo dell’incidenza di patologie croniche negli animali da compagnia, che segue un andamento parallelo a quello umano.
Negli ultimi vent’anni, fattori di rischio come diete squilibrate, esposizione a sostanze inquinanti e cambiamenti climatici hanno avuto un impatto decisivo. Se nel 2021 le malattie croniche hanno causato almeno 43 milioni di morti tra gli esseri umani, nel mondo animale mancano ancora statistiche affidabili, rendendo difficile stimare la reale dimensione del problema.
Animali domestici e selezione artificiale: un equilibrio fragile
Lo studio si concentra in particolare sugli animali da affezione. Cani e gatti, spesso selezionati per caratteristiche estetiche più che per la salute, mostrano un aumento preoccupante di patologie metaboliche, prima fra tutte l’obesità. Si stima che tra il 50 e il 60% degli animali da compagnia ne sia affetto, con conseguenze gravi sul sistema cardiovascolare, articolare e immunitario.
Questa condizione non solo riduce l’aspettativa di vita degli animali, ma li rende anche più vulnerabili allo sviluppo di malattie croniche complesse, rispecchiando problematiche già diffuse nella popolazione umana.
Fauna selvatica e marina: i segnali della crisi globale
Il fenomeno, però, non riguarda solo gli animali domestici. Anche la fauna selvatica e marina mostra segnali sempre più evidenti di sofferenza. Le balene beluga, ad esempio, presentano tumori gastrointestinali e mammari, mentre nei leoni marini della California sono stati osservati carcinomi urogenitali.
Altri casi includono l’iperglicemia nei procioni e la fibropapillomatosi nelle tartarughe verdi marine, patologie che indicano un deterioramento diffuso della salute animale su scala globale. Secondo gli esperti, questi segnali sono strettamente legati all’inquinamento ambientale, alla contaminazione degli ecosistemi e all’interferenza umana negli habitat naturali.
One Health: un approccio integrato alla salute
Mataragka propone una lettura più ampia del problema. Negli animali allevati intensivamente e nei pesci in acquacoltura, la cattività rappresenta un fattore chiave nello sviluppo delle malattie. Per gli animali selvatici, invece, il facile accesso al cibo umano e l’inquinamento sono tra le principali cause.
Questo porta a considerare gli animali come sentinelle dell’ambiente, capaci di segnalare precocemente i cambiamenti ecologici che, se ignorati, finiranno per colpire anche la salute umana. È il principio della One Health, un approccio che riconosce l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale.
Secondo Antonio Musarò, professore di Istologia alla Sapienza di Roma, il concetto di One Health fu introdotto negli anni Sessanta da Calvin W. Schwabe, ma ha conosciuto una diffusione significativa solo dagli anni Duemila, fino al riconoscimento ufficiale da parte dell’OMS nel 2017. Oggi è alla base di programmi universitari e politiche sanitarie orientate alla sostenibilità e alla tutela della biodiversità.
Verso un sistema globale di prevenzione
Gli studiosi concordano sulla necessità di istituire un sistema internazionale di monitoraggio capace di individuare precocemente l’aumento delle malattie croniche negli animali. Una piattaforma di questo tipo, attualmente inesistente, permetterebbe di intervenire in modo tempestivo e coordinato.
La salute animale non può più essere considerata un tema isolato: è strettamente legata al nostro benessere e a quello dell’ecosistema. Solo attraverso strategie basate su evidenze scientifiche e un approccio olistico sarà possibile invertire questa tendenza preoccupante e costruire un futuro più sano per tutte le specie.