Una professione costruita sulla speranza, messa alla prova dalla sofferenza e dalla perdita.

Una professione costruita sulla speranza, messa alla prova dalla sofferenza e dalla perdita.

Il costo del prendersi cura

Nel 2024, Rachel Graham, una scienziata della conservazione marina, ha rivelato su LinkedIn che cinque dei suoi colleghi si erano tolti la vita in quell’anno. La reazione è stata immediata: un’ondata di dolore e riconoscimento da parte di molti che hanno ammesso di essere anch’essi in crisi. Questo ha messo in luce un tema ricorrente, uno di quelli di cui si parla sottovoce da tempo.

Un ampio studio condotto nel 2023 ha trovato che più di un quarto dei professionisti della conservazione stava vivendo uno stato di disagio psicologico moderato o severo. Ciò non implica che i conservazionisti siano intrinsecamente più vulnerabili alla malattia mentale, ma piuttosto che si trovano a gestire un carico eccessivo senza un adeguato supporto.

Sostenere chi protegge il pianeta

La conservazione è spesso considerata una chiamata morale, ma questo aspetto può trasformarsi in una trappola. Quando un lavoro diventa una vocazione, le persone possono cominciare a credere che la sofferenza sia parte della prova di appartenere, e questo porta a orari di lavoro lunghi e sotto-pagamenti. La mentalità del “mai dire di no” può trasformarsi in una cultura tossica.

Inoltre, il finanziamento insufficiente porta le organizzazioni a vivere su sovvenzioni a breve termine, creando un clima di costante incertezza. Molti progetti non prevedono nemmeno un budget per il supporto alla salute mentale. Questo messaggio, anche se non intenzionale, è chiaro: il progetto conta più delle persone che lo realizzano.


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