Punti di rottura e crollo degli ecosistemi: il vero rischio geopolitico attuale.

I punti critici del clima e la sicurezza globale

Robert Muggah, esperto dell’Istituto Igarapé, sostiene che i punti di crisi climatica e la perdita di biodiversità rappresentano ora una minaccia più grave per la sicurezza globale rispetto ai rischi convenzionali. Questi fattori compromettono i sistemi alimentari, le risorse idriche, la salute pubblica e la legittimità degli Stati, senza rispettare i confini. Muggah, basandosi su una recente valutazione della sicurezza del Regno Unito e altre ricerche, evidenzia come il collasso degli ecosistemi generi effetti a catena non lineari, che vanno dall’inflazione e dalla polarizzazione politica fino al conflitto e alla migrazione forzata. Proteggere e ripristinare la natura, insieme a una transizione energetica rapida, non deve essere considerato un aspetto secondario, ma una strategia fondamentale per la sicurezza economica, e può risultare più economico rispetto all’affrontare il collasso sistemico una volta avvenuto.


Gli esperti di sicurezza globale tendono a concentrarsi su minacce familiari, come i conflitti in Europa e in Medio Oriente, l’instabilità economica e le vulnerabilità tecnologiche. Tuttavia, la causa principale dell’instabilità sta avvenendo silenziosamente, sia sotto i nostri piedi che sopra le nostre teste. Il sistema climatico del mondo è prossimo a raggiungere punti di non ritorno, mentre la natura viene degradandosi su larga scala, ponendo una minaccia esistenziale alla nostra aria, cibo, acqua e salute.

La biodiversità nella sicurezza nazionale

Una recente valutazione del governo britannico, pubblicata nel gennaio 2026, offre una visione rara di come i professionisti della sicurezza percepiscono la perdita di biodiversità. Sebbene si tratti di un’analisi alleggerita, il risultato centrale è innegabile: il degrado globale degli ecosistemi mette a rischio la sicurezza nazionale e la prosperità. L’assenza di interventi significativi potrebbe portare il trend a continuare fino al 2050 e oltre.

Le verifiche della qualità dell’ecosistema rivelano che, con la degradazione degli ecosistemi, i servizi essenziali che forniscono iniziano a fallire. La regolazione dell’acqua si indebolisce, la fertilità del suolo cala, e il controllo delle malattie si erode, fenomeni che non sono semplici concetti ecologici astratti, ma le fondamenta silenziose delle economie moderne. Con l’indebolirsi di questi fattori, le conseguenze pratiche si moltiplicano: i raccolti falliscono più frequentemente, i prezzi alimentari aumentano e la scarsità d’acqua si diffonde.


Queste pressioni, presi singolarmente, potrebbero essere gestibili; il rischio per la sicurezza emerge quando si sovrappongono e si rinforzano a vicenda. Un shock alimentare può innescare l’inflazione, la quale può esacerbare la polarizzazione politica. Questo ciclo può indebolire le istituzioni, che a loro volta fanno fatica a gestire la risposta alle crisi e le pressioni ai confini. Così, lo stress ambientale si traduce in migrazioni forzate, crimine organizzato e conflitti per risorse scarse.

L’analisi della valutazione britannica è coerente con una mole di ricerche più ampia sui punti critici del pianeta. Un punto critico è una soglia oltre la quale un sistema cambia rapidamente e, spesso, in modo irreversibile. Nel sistema climatico, questo può tradursi in una perdita massiccia di ghiaccio o nella disgregazione della circolazione oceanica. In ecosistemi, significa che una foresta pluviale può trasformarsi in una savana più secca, modificando a lungo termine gli habitat e i modi di vita.

Il rapporto del Regno Unito pone l’accento su diversi ecosistemi, la cui caduta avrebbe conseguenze globali. Tra questi spiccano la foresta pluviale amazzonica, le foreste boreali, e le barriere coralline del Sud Est asiatico, essenziali per il clima, la produzione alimentare e i cicli idrologici, influenzando miliardi di persone. È chiaro che anche se ci sono margini di incertezza, esiste la possibilità che questi sistemi inizi a collassare nel breve periodo, già intorno agli anni ’30, il che dovrebbe allertare le politiche di difesa e gestione delle risorse.


La maggior parte dei modelli economici attuali fatica a considerare queste dinamiche ecologiche come reali. Letture recenti suggeriscono che i modelli dominanti utilizzati da governi e istituzioni finanziarie tendono a sottovalutare gli shock derivanti da condizioni meteorologiche estreme e punti critici. Si rischia di pianificare una crescita costante, ignorando i fenomeni rari ma devastanti.

Le prove empiriche mostrano che sei dei nove confini planetari sono già stati superati. Ciò significa che l’umanità opera al di fuori di una zona di sicurezza, in vari ambiti come il cambiamento climatico e l’integrità della biosfera. Questa non è una questione che può essere ignorata, dato che le valutazioni dei rischi e dei danni non si basano sull’esperienza del singolo evento, ma sull’aggregazione di eventi estremi.

L’evoluzione delle aspettative e delle politiche riguardo a tali emergenze è fondamentale. Le soluzioni esistono già, potendo partire da strategie basate sulla natura attraverso l’agricoltura rigenerativa, la protezione di ecosistemi vitali, e una transizione energetica che riduca le emissioni di gas serra. Proteggere e ripristinare la natura non solo è un imperativo etico, ma rappresenta anche una strategia economica e di sicurezza più efficace rispetto alle soluzioni reattive post-crisi.

Fonti:

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Luigi Salemi: