Progetti top-down e alberi esotici: il fallimento della restaurazione nel Bacino del Congo.

Il Futuro della Foresta del Bacino del Congo

Un nuovo studio rivela che molti progetti di ristrutturazione forestale nel Bacino del Congo non stanno realmente ripristinando le foreste, ma si concentrano prevalentemente sulla coltivazione di specie non native destinate al mercato. Nonostante i numerosi sforzi, tra cui piantumazioni di alberi e iniziative di agroforestazione, è emerso che quasi due terzi dei progetti preferiscono piantare specie esotiche rispetto a quelle native, per il fatto che queste ultime crescono più velocemente e richiedono meno cura. Inoltre, la mancanza di monitoraggio ecologico ha portato a una scarsità di dati sulla sopravvivenza degli alberi e sulla capacità di stoccaggio del carbonio, rendendo difficile valutare l’impatto reale di tali progetti.

Pressione Ambientale e Iniziative di Riforestazione

Il Bacino del Congo, conosciuto come la seconda foresta tropicale più grande al mondo dopo l’Amazzonia, affronta sfide significative. La sua vasta copertura verde, che si estende su sei paesi e immagazzina più carbonio rispetto all’Amazzonia, sta diminuendo rapidamente, con una perdita media di 1,79 milioni di ettari all’anno dal 2015 al 2019. Le principali cause includono l’agricoltura di sussistenza, la deforestazione illegale e governi locali instabili. In risposta a queste problematiche, molti governi e organizzazioni non governative (ONG) stanno avviando progetti di riforestazione come parte delle loro strategie di lotta ai cambiamenti climatici.


Il studio ha esaminato 64 pubblicazioni relative a 26 iniziative in cinque paesi: Repubblica Democratica del Congo, Camerun, Gabon, Ruanda e Repubblica Centrafricana. I risultati mostrano un quadro complesso, in cui le promesse di “restauro” superano spesso la realtà. Sebbene i governi africani abbiano fatto importanti promesse di ripristino, la maggior parte delle iniziative si è concentrata su sistemi di agroforestazione che predominano sulla piantumazione di specie forestali native.

L’analisi ha rivelato che l’economia è il principale motore di queste iniziative. Le comunità locali piantano alberi per generare reddito, coltivando specie come l’acacia per il carbone e il legname, rendendo possibile una certa stabilizzazione del suolo e migliorando la resilienza delle famiglie in aree rurali degradate. In alcune zone del Camerun, gli agricoltori stanno già adottando pratiche di rigenerazione naturale assistita, dimostrando che esistono approcci comunitari efficaci e sostenibili.


Il Ruolo delle Comunità Locali

Nonostante questi casi positivi, la maggior parte delle iniziative tende a ignorare le reali esigenze delle comunità locali. Il basso livello di coinvolgimento delle popolazioni in fase progettuale e la carenza di monitoraggio delle survival rates degli alberi denotano una mancanza di attenzione verso il benessere delle comunità. L’approccio top-down adottato spesso non considera le diverse situazioni che esistono all’interno delle comunità, portando a un’inefficienza generale nei risultati.

Le ricerche mostrano che ci sono pochi progetti che stabiliscono accordi formali sui diritti fondiari, sull’assegnazione dei benefici e sulla proprietà degli alberi. Per rendere queste iniziative sostenibili, è fondamentale passare da una consultazione superficiale a veri e propri partenariati con le comunità. Questo implica ottenere il consenso individuale, negoziare obiettivi condivisi e formalizzare i ruoli.


La mancanza di una visione a lungo termine, caratterizzata da un ciclo di dipendenza in cui le comunità piantano alberi solo finché sono pagate per farlo, è un altro aspetto critico. Molti progetti non riescono a garantire continuità dopo la scadenza dei finanziamenti e questo limita la reale capacità delle comunità di assumersi la responsabilità delle iniziative di riforestazione.

Il nostro studio suggerisce che per rendere i progetti di restauro davvero sostenibili, è necessaria una verifica più dettagliata dei sistemi agroforestali locali, delle dinamiche di uso del suolo e della governance delle risorse. Allo stesso modo, si dovrebbe investire in un’analisi paesaggistica partecipativa che tenga conto delle condizioni ecologiche e sociali reali esistenti.

Questo approccio, prosegue Peroches, dovrebbe estendersi a nuovi modelli di piantumazione co-sviluppati con i beneficiari, con una prospettiva di lungo termine, di almeno dieci anni. L’incremento delle tempistiche consentirebbe di consolidare relazioni di fiducia tra le comunità e le organizzazioni.


Infine, è necessaria una diversificazione dei metodi di ripristino: oltre all’agroforestazione e alle piantagioni di legno combustibile, è fondamentale promuovere strategie che favoriscano la rigenerazione naturale, il ripristino della biodiversità ereditaria e la connessione degli habitat frammentati. Sebbene questi approcci possano non produrre ritorni economici immediati, sono cruciali per la resilienza a lungo termine del Bacino del Congo e per la sua capacità di immagazzinare carbonio.

La ricerca mette in evidenza l’importante necessità di un Osservatorio per la Restituzione in Africa Centrale per coordinare i dati, rafforzare il monitoraggio e supportare l’apprendimento tra diversi paesi. È chiaro che, sebbene ci siano risultati incoraggianti, le attuali iniziative di riforestazione nella regione presentano lacune significative che necessitano di un’attenta considerazione e azioni immediate.

Fonti ufficiali:
– Mongabay
– World Resources Institute
– CIRAD

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Luigi Salemi: