Le emissioni di carbonio nero nel Mare Artico
Le emissioni di carbonio nero, comunemente conosciute come fuliggine, generate dalla navigazione marittima hanno un impatto significativo sul riscaldamento del clima terrestre e riducono la copertura di ghiaccio e neve. In particolare, nell’Artico, queste emissioni accelerano il riscaldamento regionale e la perdita di ghiaccio marino. Il cambiamento climatico ha ridotto tanto lo spessore quanto l’estensione del ghiaccio marino artico, permettendo un aumento delle traversate transpolari da parte di navi commerciali, che ha portato a un significativo incremento delle emissioni di carbonio nero da combustibili fossili inquinanti.
Nel mese di febbraio, i membri dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) hanno votato su una proposta di diversi Stati per richiedere l’uso di carburanti polari più puliti, che emettono minori quantità di carbonio nero. Questo sforzo è stato bloccato e ritardato da grandi Stati petroliferi, tra cui Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita. L’attuazione della misura è prevista in ritardo di almeno due anni. Con le previsioni che indicano un aumento delle traversate artiche, da migliaia a decine di migliaia di viaggi annui entro il 2050, le ONG stanno chiedendo un maggiore supporto per i carburanti polari puliti come modo rapido ed efficace per ridurre la pressione sul riscaldamento dell’Artico.
Un aumento della navigazione nell’Artico
La navigazione internazionale sta crescendo nell’Artico, dove il cambiamento climatico apre regolarmente le rotte marittime transpolari in estate. Questo aumento del traffico porta a maggiori emissioni di carbonio nero, considerato un “super inquinante”. Tali emissioni stanno accelerando il cambiamento climatico e aumentando la perdita di ghiaccio marino e neve nell’Artico, che è già la regione che si riscalda più rapidamente sulla Terra.
Durante un recente incontro dell’IMO, alcuni Stati membri (guidati dalla Danimarca e comprensivi di Francia, Germania e Isole Salomone) hanno proposto nuove normative per richiedere ai traghetti che operano nell’Artico di utilizzare carburanti che emettono basse quantità di carbonio nero.
Le nazioni produttive di petrolio come Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti hanno espresso la loro opposizione a questo sforzo, volto a rallentare il riscaldamento artico. Questo ritardo segue il rinvio nel 2025 di un piano dell’IMO che era ampiamente atteso e che avrebbe accelerato la decarbonizzazione della navigazione globale. Tale piano è stato bloccato dagli Stati Uniti insieme ad altre nazioni produttrici di petrolio.
L’impatto del carbonio nero nell’Artico
Black carbon è un inquinante particolato a vita breve, generato dalla combustione incompleta di combustibili fossili. Sebbene rimanga nell’atmosfera solo per giorni o settimane, può viaggiare a lunghe distanze grazie ai venti. Nell’Artico, il suo effetto sul riscaldamento è particolarmente pronunciato. Non solo funge da “riscaldatore climatico”, ma ha anche un “effetto doppio” quando si deposita su neve e ghiaccio.
La neve e il ghiaccio polare, che in passato riflettevano grandi quantità di energia solare nello spazio, ora si scuriscono per via del carbonio nero, assorbendo maggiore luce solare e accelerando il disgelo. Questa fusione incrementata riduce l’effetto albedo della Terra, esponendo aree più ampie di terra e acqua scure che assorbono ulteriore calore e diminuiscono la capacità riflettente del ghiacciaio polare, il che porta a un ulteriore scioglimento.
Con il progressivo aumento della perdita di ghiaccio marino artico, esperti e scienziati esprimono preoccupazione. Alcune stime prevedono estati artiche prive di ghiaccio già negli anni ’50. Anna Poltronieri, ricercatrice presso l’Università Artica di Norvegia, ricorda che ciò che accade nell’Artico ha ripercussioni globali.
Il futuro incerto della regolamentazione
Attualmente, il settore marittimo non costituisce la principale fonte di carbonio nero nell’Artico, ma i numerosi incendi boschivi e altri settori contribuiscono in modo significativo. Ma man mano che un numero crescente di navi attraversa la regione, depositano sempre più fuliggine in prossimità di ghiacci marini già fragili. Questo può intensificare il disgelo e altri effetti.
Un rapporto del Clean Arctic Alliance del 2025 stima che tra il 2019 e il 2024, le emissioni di carbonio nero derivanti dalla navigazione siano aumentate notevolmente. Durante quel periodo, le emissioni di fuliggine sono passate da 259 tonnellate a 759 tonnellate nella regione designata dal Codice Polare dell’IMO. Questo incremento ha sollevato allerta tra le ONG, che osservano la mancanza di progressi nell’IMO, dove la questione del carbonio nero è all’ordine del giorno da quasi 15 anni.
Il Clean Arctic Alliance chiede che le normative coprano la definizione più ampia delle acque artiche. “Adottare carburanti polari più puliti è davvero il ‘basso frutto pendente’ per affrontare questo problema”, afferma Sian Prior, consulente principale dell’organizzazione. “Abbiamo già i carburanti che soddisfano la definizione di basso contenuto di carbonio nero. Quindi è una soluzione relativamente semplice”.
Fonti ufficiali:
- Organizzazione Marittima Internazionale (IMO)
- [Clean Arctic Alliance](https://www.cleana Arcticalliance.org)
- NASA
Implementare misure per la navigazione nell’Artico non risolverà il problema climatico globale, ma tali regolazioni sono un passo essenziale per ridurre la pressione di riscaldamento sull’Artico.
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