Conservazione: la necessità di affrontare le questioni ancora irrisolte per il nostro ambiente.

Riflessioni sulla Conservazione: Unequità e Giustizia Sociale

Una recente pubblicazione su Nature sottolinea che molti dei fallimenti persistenti nella conservazione non possono essere compresi senza esaminare il modo in cui razza, potere ed esclusione storica continuano a influenzare le pratiche e le istituzioni del settore. Gli autori sostengono che le origini coloniali della conservazione influenzano ancora chi detiene l’autorità decisionale, quali conoscenze sono valorizzate e chi sopporta i costi sociali della protezione ambientale. Con l’obiettivo delle istituzioni governative di ampliare le aree protette, questo studio mette in guardia contro il rischio di ripetere ingiustizie passate se i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali non vengono riconosciuti. Per far fronte a queste sfide, è stato proposto un quadro basato su diritti, agenzia, responsabilità e educazione, evidenziando che una conservazione più equa è anche quella più duratura.

La conservazione viene spesso vista come un’impresa tecnica: quanto territorio proteggere, quali specie prioritizzare, quali politiche adottare. Tuttavia, il recente studio di Nature afferma che questa visione omette dettagli fondamentali. Gli autori indicano che molti degli insuccessi nel campo non possono essere compresi senza affrontare il modo in cui razza, potere e esclusione storica appartengono alla prassi conservativa moderna. La pubblicazione, intitolata “Un Quadro per Affrontare le Inequità Razziali nel Settore della Conservazione”, non afferma che la conservazione sia intrinsecamente difettosa, ma mette in evidenza che il contesto coloniale da cui proviene ha creato premesse che non sono state completamente smantellate.


Il Modello RACE: Riconoscimento e Azione

Gli autori, guidati da Moreangels Mbizah dell’azione di conservazione della fauna selvatica in Zimbabwe, tracciano le radici istituzionali della conservazione fino alla fine del XIX secolo. In quel periodo, le aree protette sono state istituite in paesaggi colonizzati attraverso rimozioni forzate e restrizioni sull’uso tradizionale del territorio. Le popolazioni indigene e le comunità rurali sono state frequentemente escluse in nome della preservazione della “natura incontaminata”. Sebbene la conservazione si sia evoluta nel tempo, gli autori sostengono che queste dinamiche storiche continuano a influenzare le pratiche odierne mediante “dipendenze dal percorso”: norme ereditate che continuano a privilegiare l’expertise esterna e il controllo centralizzato.

Una delle conseguenze più significative di questo approccio storico è la marginalizzazione persistente delle popolazioni indigene e delle comunità locali, in particolare nel Sud Globale. Questi gruppi sono spesso descritti come “portatori di interesse” o “beneficiari” piuttosto che come titolari di diritti con authority sui propri territori. Il linguaggio impiegato, sebbene sembri neutrale, cela sovente relazioni di potere diseguali. Anche i progetti ben intenzionati possono riprodurre gerarchie più vecchie se le comunità sono consultate solo dopo che le priorità sono state stabilite.


Il documento punta l’attenzione sull’attuale impegno ad espandere le aree protette fino a coprire il 30% del pianeta entro il 2030. In linea di principio, tale obiettivo potrebbe sostenere forme di conservazione più pluralistiche, comprese le terre gestite dalle popolazioni indigene e le conservazioni comunitarie. Tuttavia, gli autori avvertono che i paesi privi di meccanismi legali che riconoscano i diritti consuetudinari sulle terre potrebbero ricorrere a modelli guidati dallo stato, ripetendo ingiustizie passate. Di conseguenza, il successo della conservazione, misurato strettamente attraverso indicatori ecologici, può venire a un costo sociale elevato quando i diritti umani sono trattati come una preoccupazione secondaria.

Un altro aspetto messo in evidenza riguarda il modo in cui le narrazioni sulla conservazione valutano animali e persone. Campagne rivolte a pubblici in Europa e Nord America tendono a focalizzarsi sul valore morale di singoli animali, a volte in modi che svalutano la vita delle persone che vivono a fianco della fauna selvaggia. Quando i conflitti tra umani e fauna causano infortuni o decessi, la sofferenza locale riceve poca attenzione, mentre l’uccisione di un animale carismatico può scatenare un’offesa globale.


Nonostante l’analisi non insista su dinamiche puramente raziali nel senso più stretto del termine, essa enfatizza le intersezioni tra razza, classe, geografia e potere politico. Le élite urbane nei paesi a basso reddito possono esercitare autorità sulle comunità rurali in modi che richiamano le disuguaglianze Nord-Sud. È importante sottolineare che una conservazione guidata da attori locali non è automaticamente giusta, ma ciò che conta è come viene distribuito il potere e se le comunità coinvolte mantengono una reale agenzia nelle decisioni che riguardano il loro territorio.

A questo proposito, gli autori propongono il modello RACE: Diritti, Agenzia, Sfida ed Educazione. Non si tratta di una lista di controllo o di una soluzione universale, bensì di uno strumento attraverso cui le organizzazioni di conservazione, i ricercatori e i finanziatori possono esaminare le proprie pratiche. In questo modello, i diritti sono considerati fondamentali. Non è possibile avere una conservazione sostenibile se si minano diritti umani basilari, inclusi i diritti alla terra, alla cultura e all’autodeterminazione. La responsabilità di procedere in modo equo si estende a tutti gli attori coinvolti nel processo.

Un Appello alla Riflessione e all’Azione

Comprendere questi schemi non significa rivedere i torti del passato per il loro stesso bene, ma evitando di ripetere errori sotto nuove insegne. La persistenza dell’ineguaglianza nel campo della conservazione deve essere affrontata come una questione centrale, e non come un problema esterno al settore. Gli autori sono chiari: gli esiti della conservazione saranno più solidi quando le comunità più vicine alla terra sono riconosciute come gestori, non come ostacoli.

Per ulteriori approfondimenti su questo tema, è possibile consultare l’articolo originale su Nature e diverse pubblicazioni accademiche che esaminano la relazione tra conservazione, giustizia sociale e diritti umani.

Fonti:

  • Mbizah, M. M. et al. “A Framework for Addressing Racial and Related Inequities in Conservation.” Nature, 649, 301–309 (2026). Link all’articolo

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Luigi Salemi: