L’attrice palermitana premiata come miglior protagonista per “Gioia mia”
Aurora Quattrocchi non ha vinto soltanto un David di Donatello. Ha vinto il tempo. Quello che il cinema italiano concede raramente alle attrici anziane, quasi mai alle caratteriste, ancora meno a chi arriva da una lunga militanza teatrale siciliana, tra compagnie popolari, palchi improvvisati e una vita intera passata a costruire personaggi lontano dai riflettori principali.
A 83 anni, l’attrice palermitana – da tutti conosciuta come “Rori” – è salita sul palco dei David come miglior attrice protagonista per il film “Gioia mia” di Margherita Spampinato, interpretando Gela, donna rigida, credente, legata alle proprie abitudini e a un rapporto quasi viscerale con un cane e con il proprio mondo interiore.
Con la statuetta in mano, elegantissima in pantalone e giacca, ha ringraziato con il suo stile inconfondibile: ironico, teatrale, esuberante. “Grazie dal profondisismo del mio cuorissimo. Io sono vecchissima”, ha detto sorridendo, scatenando l’applauso della platea.
Poi l’affondo che ha acceso il teatro: “Che riaprano le sale cinematografiche grandi come questa, non se ne può più delle salette micragnose in cui non si vede niente”.
Il cinema come gesto popolare e fisico
In quella battuta c’è tutta la sua idea di cinema: popolare, fisico, vissuto. Un cinema che occupa spazio e che non si accontenta della misura ridotta delle proiezioni contemporanee.
Per chi la conosce a Palermo, quella scena non è stata una sorpresa. Aurora Quattrocchi è da decenni una presenza costante ma mai prevedibile del cinema e del teatro italiano, capace di attraversare registi e generazioni diverse, lasciando sempre un’impronta riconoscibile.
Una vita tra teatro indipendente e grandi registi
La sua carriera si è costruita nel tempo, spesso ai margini della scena ufficiale ma al centro di un mondo teatrale intenso e radicale. Dalle collaborazioni con Franco Scaldati fino ai film di Daniele Ciprì, Roberto Andò e Mario Martone, il suo volto è diventato negli anni una presenza capace di dare autenticità alle storie raccontate.
Tra le interpretazioni più note anche quelle in “Nuovomondo” di Emanuele Crialese e “Nostalgia” di Martone, che hanno consolidato il suo ruolo di attrice intensa e fuori dagli schemi.
Dalle compagnie di Palermo al David
Quattrocchi appartiene alla stagione irripetibile del teatro indipendente palermitano, quello dei piccoli spazi, delle prove interminabili e delle compagnie spesso precarie ma artisticamente fertili. Un ambiente duro, dove si lavorava senza certezze ma con una libertà creativa assoluta.
È in quel contesto che l’attrice ha trovato la propria strada, trasformando una formazione irregolare in una cifra stilistica riconoscibile.
“Continuo a lavorare finché campo”
Dopo il premio a Locarno e ora il David di Donatello, “Gioia mia” rappresenta il coronamento di un percorso lungo e coerente. Ma per l’attrice non si tratta di un punto di arrivo.
“Non me ne frega un fico secco degli anni che vanno e che vengono – ha dichiarato – possono passare come vogliono, basta che lavoro. Mi piace troppo questo mestiere per stare a casa a fare l’uncinetto. Continuerò a farlo finché campo, rimanendo a Palermo, bellissima e incivile insieme, ma sempre casa mia”.