Palermo, nuove cartoline contro la mafia allo Zen: “chi lavora per un mafioso finisce in carcere”
Continua a Palermo la misteriosa campagna di comunicazione antimafia comparsa nelle ultime settimane in diversi quartieri della città. Dopo i messaggi rivolti ai boss mafiosi scarcerati affissi nelle zone di Uditore, San Lorenzo, Tommaso Natale e Acquasanta, nella notte sono comparse nuove cartoline, questa volta indirizzate soprattutto ai giovani dello Zen.
L’iniziativa resta senza una paternità ufficiale: nessuna associazione o movimento ha rivendicato gli adesivi e non è ancora chiaro chi abbia deciso di promuovere questa forma di denuncia pubblica contro la criminalità organizzata.
La grafica è la stessa utilizzata nei precedenti messaggi, ma cambia il destinatario. La nuova frase è rivolta ai ragazzi dei quartieri più esposti al rischio di reclutamento mafioso: “Se lavori per un mafioso, il tuo stipendio si chiama carcere”.
Gli adesivi affissi nei luoghi simbolo dello Zen
Le cartoline sono state sistemate in diversi punti del quartiere Zen, tra pali della luce, cabine elettriche e spazi frequentati quotidianamente dai residenti.
Tra i luoghi scelti ci sono le vicinanze del bar Cheri, già vittima in passato di intimidazioni, l’area dello Zen 2 vicino alla scuola Giovanni Falcone, l’ingresso della parrocchia San Filippo Neri, più volte bersaglio di episodi intimidatori, e piazza Gino Zappa.
Una scelta simbolica, perché il messaggio punta a raggiungere proprio quei giovani che vivono in contesti dove la criminalità organizzata cerca spesso nuova manovalanza per attività illegali.
Dai boss scarcerati ai ragazzi dei quartieri difficili
La nuova fase della campagna arriva dopo le precedenti cartoline indirizzate ai boss mafiosi tornati in libertà dopo avere scontato condanne per associazione mafiosa.
Nei quartieri Uditore e San Lorenzo erano comparsi messaggi dal contenuto diretto: “Bentornati, ci auguriamo che il carcere vi abbia rieducati. Tuttavia se proverete a chiedere il pizzo noi vi denunceremo e voi tornerete in carcere”.
Un messaggio che aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica palermitana, diventando rapidamente virale sui social e rilanciato da diversi media locali.
Un’iniziativa diversa dai tradizionali movimenti antimafia
La campagna ricorda per certi aspetti alcune delle iniziative che hanno segnato la storia recente della lotta al racket, come quella promossa da Addiopizzo nel 2004 con il celebre slogan: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
Questa volta, però, il metodo è differente. Non c’è stata alcuna rivendicazione pubblica e nessun gruppo ha dichiarato di essere responsabile delle affissioni.
Proprio l’anonimato rende ancora più difficile identificare gli autori, ma allo stesso tempo ha contribuito ad alimentare il dibattito cittadino sul tema della presenza mafiosa nei quartieri palermitani.
