Un Trattato Storico per la Conservazione degli Oceani
Un nuovo trattato delle Nazioni Unite, dedicato alla biodiversità nelle aree oltre la giurisdizione nazionale, entrerà in vigore il 17 gennaio 2026. Questo accordo rappresenta il primo quadro globale volto a proteggere la vita negli oceani aperti. Il trattato copre circa il 60% degli oceani e introduce meccanismi per la creazione di aree marine protette, valutazioni di impatto ambientale, condivisione dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine, e capacitarie per i Paesi meno sviluppati. Le acque internazionali, finite spesso sotto un’ottica di sfruttamento poco regolamentato, stanno affrontando pressioni crescenti dovute alla pesca eccessiva, all’estrazione mineraria e alla bioprospezione, con meno dell’1.5% attualmente protetto.
Il significato del trattato non risiede solo nel testo, ma nella volontà dei governi di traduire questi impegni in azioni concrete e vincolanti. Fino ad oggi, l’oceano aperto è stato considerato un’area a parte. Oltre il limite di 200 miglia nautiche delle giurisdizioni nazionali, era regolato da consuetudini, regole frammentate e dalla convinzione che gli spazi così vasti fossero impossibili da gestire e resistenti allo sfruttamento. Questa convinzione sta pian piano sfumando. Il trattato Biodiversità Oltre la Giurisdizione Nazionale (BBNJ) rappresenta una risposta a questa realtà crescente.
Quattro Pilastri Fondamentali del Trattato
Il BBNJ si articola su quattro pilastri fondamentali. Il primo è la creazione di aree marine protette nelle acque internazionali. Fino ad oggi, non esisteva un meccanismo globale per designare tali aree, anche quando evidenze scientifiche ne avrebbero giustificato la protezione. Il trattato stabilisce un processo attraverso il quale le proposte possono essere presentate, valutate e adottate dai vari Stati. Sebbene non imponga un obiettivo di protezione specifico, rende più realistica la promessa globale di conservare il 30% delle terre e dei mari entro il 2030.
Il secondo pilastro riguarda le valutazioni di impatto ambientale. Gli Stati che prevedono attività in aree oltre la giurisdizione nazionale, come nuovi metodi di pesca o estrazione mineraria, dovranno valutare e divulgare gli impatti probabili delle loro azioni. È previsto un sistema di condivisione delle informazioni che renda queste valutazioni visibili e confrontabili, riducendo il rischio che attività dannose vengano svolte senza monitoraggio.
Il terzo e più delicato aspetto tocca le risorse genetiche marine. Microrganismi, coralli e spugne degli abissi stanno diventando sempre più preziosi per le aziende farmaceutiche e biotecnologiche. I Paesi in via di sviluppo hanno sostenuto che i benefici derivanti da queste risorse dovrebbero essere condivisi, visto che le acque internazionali sono considerate un bene comune globale. Il trattato stabilisce un quadro per la condivisione dei benefici, lasciando però a future decisioni dei membri alcune questioni chiave.
Il quarto pilastro si concentra sulla costruzione di capacità e sul trasferimento di tecnologia. Molti Paesi meno sviluppati non hanno le infrastrutture scientifiche necessarie per monitorare queste acque remote o partecipare appieno ai nuovi sistemi di governance. Affrontare questo squilibrio sarà cruciale per garantire una portata più ampia del trattato.
È importante notare che il BBNJ non sostituisce gli organismi esistenti; le organizzazioni regionali per la gestione della pesca e l’Autorità Internazionale per i Fondali continueranno a regolamentare i loro settori di competenza. Come le ambizioni di conservazione del nuovo trattato si integreranno con quelle istituzioni è ancora da definire, e potrebbe sorgere qualche conflitto di competenza.
Ora sarà essenziale distinguere tra il processo di implementazione e quello di negoziazione. Una commissione preparatoria è attualmente al lavoro per definire le regole necessarie per la prima conferenza delle Parti, prevista per la fine del 2026. Restano da finalizzare i meccanismi di finanziamento, il personale istituzionale e le procedure per la proposta di aree protette.
Questo accordo non potrà, da solo, invertire decenni di danni inflitti all’ambiente marino. Tuttavia, trasforma il panorama giuridico dell’oceano aperto. Per la prima volta, la biodiversità nei beni comuni globali non sarà un afterthought. La disponibilità dei governi a imporre reali vincoli sulle attività nelle acque internazionali deciderà se il 17 gennaio segnerà un punto di svolta o sarà semplicemente un’altra promessa fatta lontano dalle coste.
Sorgenti: Nazioni Unite, IUCN, WWF.
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