Strage di via D’Amelio, annullata la condanna per calunnia di Vincenzo Scarantino

La Corte d’Appello di Perugia accoglie la revisione: “Fu vittima del depistaggio”

A oltre vent’anni dalla sentenza, la Corte d’Appello di Perugia ha revocato la condanna a otto anni di reclusione per calunnia aggravata inflitta nel 2002 a Vincenzo Scarantino, protagonista delle prime ricostruzioni giudiziarie sulla strage di via D’Amelio che, il 19 luglio 1992, costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta.

La decisione è arrivata dopo l’accoglimento dell’istanza di revisione presentata dall’avvocato Vania Giamporcaro. Anche la Procura generale si era espressa a favore dell’assoluzione, condividendo le argomentazioni della difesa.

La sentenza ora annullata era stata emessa il 27 dicembre 2002 dal giudice per le indagini preliminari di Roma, Renato Croce. Scarantino era stato ritenuto responsabile di avere calunniato magistrati, funzionari e dirigenti di polizia, agenti della polizia penitenziaria e il collaboratore di giustizia Francesco Andriotta. La pena, già interamente scontata, comprendeva anche una misura di sicurezza della durata di tre anni.

Il peso del depistaggio


L’accusa di calunnia nacque in seguito alla clamorosa ritrattazione resa da Scarantino nel processo d’appello “Borsellino uno”. Il 24 settembre 1998 l’uomo negò infatti il proprio coinvolgimento nella preparazione della strage di via D’Amelio e denunciò le pressioni e i condizionamenti investigativi che avrebbe subito durante gli interrogatori da parte del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, guidato dall’allora questore Arnaldo La Barbera.

Negli anni successivi, le inchieste e le sentenze sul depistaggio che ha caratterizzato le prime indagini sulla strage hanno accertato la falsità delle dichiarazioni rese da Scarantino nelle fasi iniziali dell’inchiesta. In particolare, il processo “Borsellino quater” ha ricostruito uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, evidenziando come le confessioni e le accuse dell’uomo fossero state utilizzate per costruire una versione dei fatti risultata poi infondata.

Nello stesso procedimento, Francesco Andriotta è stato condannato per calunnia aggravata ai danni dello stesso Scarantino e di altri soggetti coinvolti nelle false ricostruzioni investigative.

La difesa dell’ex collaboratore di giustizia ha accolto con soddisfazione la decisione della Corte d’Appello, definendo il proprio assistito «un calunniatore calunniato e vittima del sistema». Dopo la revoca della condanna, i legali stanno ora valutando la possibilità di avanzare una richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione.

La pronuncia rappresenta un ulteriore tassello nel complesso percorso di revisione giudiziaria legato alla strage di via D’Amelio e alle indagini che per anni hanno seguito piste poi rivelatesi frutto di un vasto depistaggio.

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