Ritorno delle foreste: un aumento temporaneo delle malattie zoonotiche osservato.

Riforestazione e Malattie Zoonotiche: Un Legame Complesso

La deforestazione e i cambiamenti nell’uso del suolo possono accelerare la diffusione di malattie zoonotiche — malattie infettive che si trasmettono dagli animali all’uomo — come la malaria e il COVID-19. Sebbene il ripristino degli habitat sia fondamentale per affrontare la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico, recenti ricerche indicano che, controintuitivamente, questo processo può anche aumentare temporaneamente il rischio di alcune malattie zoonotiche in determinate aree.

Quando gli esseri umani invadono spazi selvatici per lo sviluppo e l’agricoltura, aumenta il contatto con la fauna selvatica portatrice di malattie. Ad esempio, nella Foresta Atlantica in Brasile, i ricercatori hanno osservato che le zanzare erano più propense a pungere gli esseri umani quando i loro ospiti naturali diventavano rari a causa della deforestazione.


La Ricerca sulla Relazione tra Ripristino e Rischio di Malattie

Nonostante l’impegno globale nel ripristino degli ecosistemi degradati, gli scienziati sapevano poco riguardo a come tale ripristino influenzi il rischio di malattie zoonotiche. Per colmare questa lacuna, Adam Fell dell’Università di Stirling in Scozia, autore principale di uno studio recente, ha condotto un’ampia meta-analisi della letteratura scientifica, casi studio e rapporti politici.

“Abbiamo trovato soltanto circa 39 [studi pertinenti] tra migliaia che abbiamo esaminato,” ha dichiarato Fell in una videochiamata con Mongabay.

I risultati sono stati fortemente dipendenti dal contesto. In alcuni casi, la riforestazione ha effettivamente aumentato la diffusione di malattie zoonotiche nel breve termine. Una spiegazione fornita dai ricercatori è che i roditori — un vettore comune per le malattie infettive — sono tra i primi colonizzatori in un paesaggio disturbato, e portano con sé un incremento di malattie zoonotiche come l’hantavirus.


Nel lungo termine, ha aggiunto Fell, gli ecosistemi tendono a trovare un equilibrio mentre animali più grandi, come ungulati e linci, ritornano a competere e/o predare sui roditori. Tuttavia, questa stabilizzazione è difficile da monitorare, poiché può richiedere anni o anche decenni, e la maggior parte degli studi ha fondi e durata limitati, documentando solo gli esiti a breve termine.

Al contrario, è stato osservato che il ripristino delle zone umide riduce immediatamente la trasmissione di malattie zoonotiche. Fell sospetta che questo avvenga perché animali come uccelli e pesci possono tornare in una zona umida molto più rapidamente rispetto ai grandi mammiferi in una foresta. “Forse i pesci mangiano le larve e le ninfe delle zanzare presenti nell’acqua,” ha affermato Fell.


Limiti della Ricerca e Futuri Sviluppi

Un’importante limitazione dello studio attuale è di natura geografica. La maggior parte delle ricerche è stata condotta in paesi ricchi, mentre l’intersezione tra degrado del suolo, esposizione della popolazione e malattie zoonotiche è più comune nei paesi in via di sviluppo. Per affrontare questa problematica, il team di Fell ha creato il Living Evidence Atlas, che raccoglie dati esistenti e fornisce una piattaforma per nuove ricerche man mano che emergono.

“Questo è un primo passo per la ricerca futura,” ha affermato Fell.

In seguito alla pandemia di COVID-19, esperti hanno esortato con urgenza a implementare un approccio “One Health” per prevenire future pandemie, affrontando simultaneamente la salute umana, animale ed ecosistemica a livello globale. Ciò è fondamentale per proteggere sia l’umanità che la natura, integrando il rischio di malattie nel processo decisionale. Tuttavia, la comunità globale ha fatto pochi progressi in questa direzione.


In sintesi, il legame tra ripristino degli habitat e malattie zoonotiche è complesso e richiede ulteriori studi per comprendere appieno le dinamiche coinvolte. La ricerca in questa area è fondamentale per elaborare strategie efficaci che possano non solo ripristinare la biodiversità, ma anche ridurre i rischi sanitari associati.

Fonti ufficiali: Organizzazione Mondiale della Sanità, Banca Mondiale, Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

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Luigi Salemi: