Preoccupazioni indigene emergono mentre l’agenzia USA valuta l’estrazione mineraria sottomarina in Alaska.

Piani per l’estrazione mineraria sottomarina in Alaska

Il Bureau of Ocean Energy Management degli Stati Uniti sta avviando i primi passi che potrebbero portare all’affitto di oltre 45,7 milioni di ettari (113 milioni di acri) di acque al largo dell’Alaska a compagnie per l’estrazione mineraria del fondale oceanico. Queste acque si trovano al largo delle coste di uno stato che ospita più di 200 nazioni native dell’Alaska e il progetto ha sollevato preoccupazioni culturali e ambientali.

Non è ancora chiaro quali compagnie, se ce ne saranno, siano interessate a estrarre risorse minerarie al largo dell’Alaska. Alcuni operatori hanno però espresso interesse, sempre che ci siano noduli ricchi di minerali. L’estrazione mineraria in acque profonde ha subito rallentamenti a causa della mancanza di regolamentazioni che governano i permessi in acque internazionali e per le preoccupazioni riguardanti l’impatto ambientale dell’estrazione di minerali critici che si sono formati nel corso di milioni di anni e che sono essenziali per le tecnologie rinnovabili e per le industrie militari.


Le implicazioni per i popoli indigeni e l’ambiente

In Alaska, come in altre regioni, la questione dell’estrazione mineraria si intreccia con i diritti dei popoli indigeni che hanno legami ancestrali con l’oceano. Kate Finn, cittadina della Nazione Osage e direttrice esecutiva del Tallgrass Institute Center for Indigenous Economic Stewardship in Colorado, ha espresso preoccupazioni su come l’industria mineraria sottomarina possa ripetere gli errori dell’estrazione mineraria terrestre.

“L’industria mineraria terrestre non ha rispettato i diritti dei popoli indigeni”, ha affermato Finn. “È fondamentale che le compagnie minerarie progettino le loro operazioni tenendo conto del diritto di consenso delle comunità locali.” Le preoccupazioni riguardano non solo il danno potenziale all’ecosistema marino, ma anche il modo in cui possono influire sui mezzi di sussistenza delle comunità indigene che dipendono dalle risorse marine per la loro alimentazione, come spiegato da Jasmine Monroe, una giovane Inupiaq, Yupik e Cherokee.


Monroe ha dichiarato: “Noi mangiamo carne di beluga, di morsetto, di foca e di balena. Qualunque cosa accada nell’oceano impatta davvero il nostro modo di vivere”. La preoccupazione principale per Monroe è che i processi decisionali siano dominati da interessi esterni, lasciando poco spazio alla voce dei popoli indigeni.

Il Bureau of Ocean Energy Management ha aperto un periodo di commento pubblico per 30 giorni, sollevando ulteriori preoccupazioni sui limiti e sulla tempistica per l’input delle comunità locali. Finn ha sottolineato che i popoli indigeni hanno il diritto, sancito dal diritto internazionale, di dare e revocare il consenso per le attività che avvengono nei loro territori. “Le aziende rischiano di non rispettare questi diritti se si affidano esclusivamente ai regolamenti federali degli Stati Uniti per la consultazione”, ha aggiunto.


Pianificazione e considerazioni ambientali

Il potenziale area di leasing presa in considerazione è vasta e supera la superficie dello stato della California. Cooper Freeman, direttore delle operazioni in Alaska del Center for Biological Diversity, ha affermato che l’ampiezza dell’area coinvolge acque ecologicamente importanti già chiuse alla pesca a strascico, una pratica che trascina reti pesanti sul fondo dell’oceano. “Molte di queste aree, soprattutto nelle Aleutine, sono state escluse dalla pesca a strascico perché fungono da asili per pesci di importanza commerciale e habitat ecologici”, ha spiegato Freeman.

L’iniziativa di affittare acque al largo dell’Alaska è parte di un più ampio interesse del governo degli Stati Uniti, col presidente Trump che ha sostenuto fortemente l’industria mineraria come parte della sua strategia per rendere gli USA leader nella produzione di minerali critici. Ha spinto anche affinché le aziende americane possano operare in acque internazionali, bypassando le trattative globali sulle regolamentazioni minerarie. Accanto a questo, ci sono stati comunque segnali di resistenza da parte di alcune comunità locali e gruppi ambientalisti.


Al momento, non è chiaro quali compagnie, se ce ne siano, siano pronte a investire in Alaska. Un portavoce della Metals Company, attualmente tra le aziende più attive nel settore minerario, ha affermato di non avere piani per espandersi in Alaska. Oliver Gunasekara, CEO della startup Impossible Metals, ha detto che attualmente non ci sono piani per operare in Alaska, ma che potrebbero valutare l’ipotesi in caso di disponibilità di buone risorse.

In un contesto di crescente attenzione alla sostenibilità e alla salvaguardia ambientale, la questione dell’estrazione mineraria sottomarina in Alaska continua a suscitare dibattiti e preoccupazioni tra le comunità locali, le organizzazioni ambientaliste e i responsabili politici. Le sfide legate a questo tipo di attività richiedono un’attenta analisi e un dialogo aperto tra le parti interessate per garantire che venga rispettato il diritto delle comunità indigene e che l’ambiente venga preservato.

Fonti ufficiali:

  • Bureau of Ocean Energy Management
  • Center for Biological Diversity
  • Tallgrass Institute Center for Indigenous Economic Stewardship

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Luigi Salemi: