Morto Nitto Santapaola, boss delle stragi del ’92. Depistaggi nelle indagini Borsellino

Il decesso al San Paolo di Milano e l’eredità criminale del capo di Cosa Nostra a Catania

È morto a 87 anni Benedetto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra a Catania. Il boss, detenuto al 41 bis nel carcere di Opera, è deceduto nel reparto di medicina penitenziaria dell’Ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Da anni soffriva di una grave forma di diabete. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia.

Considerato uno dei più sanguinari capi mafiosi siciliani, Santapaola è stato ritenuto mandante di omicidi e stragi, comprese quelle del 1992 di Strage di Capaci e di Strage di Via D’Amelio. Condannato a più ergastoli, tra cui per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava e per la morte dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio, era stato arrestato il 18 maggio 1993 dopo una lunga latitanza nelle campagne del Calatino.

Soprannominato “il cacciatore”, Santapaola ha guidato per decenni la cosca etnea, consolidando il controllo su appalti pubblici, estorsioni e traffico di droga. Alleato dei Corleonesi di Totò Riina, sostenne la strategia stragista pur mantenendo un equilibrio nel territorio catanese per evitare eccessive attenzioni investigative. Nelle sanguinose faide degli anni ’80 e ’90 contro Alfio Ferlito e i clan Cursoti, Cappello e Pillera, la provincia di Catania fu teatro di oltre 200 omicidi in pochi anni.

Detenuto in regime di carcere duro, è stato più volte accusato di continuare a impartire ordini dal penitenziario, circostanza che ha portato al rigetto delle richieste di domiciliari per motivi di salute.

Le nuove motivazioni sul depistaggio e le ombre sui servizi


La morte del boss arriva mentre tornano al centro dell’attenzione le indagini sui depistaggi seguiti alla strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.

La Corte d’Appello di Caltanissetta ha depositato le motivazioni della sentenza con cui, nel maggio 2024, ha dichiarato prescritta l’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito la mafia nei confronti dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, imputati per il depistaggio delle indagini. Gli investigatori facevano parte del pool coordinato dall’allora capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto nel 2002.

Durissimo il passaggio dei giudici: La Barbera, scrivono, con la sua azione di depistaggio “volle agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato”.

Secondo la Corte, il ruolo dei servizi di sicurezza fu, se non quello di orientare la cosiddetta pista “minimalista” e deviante, quantomeno quello di assecondarla. In un momento cruciale delle indagini, quando sarebbe stato necessario approfondire moventi e coinvolgimenti ulteriori rispetto al livello esecutivo mafioso, quegli apparati – osservano i giudici – si sarebbero disimpegnati, senza fornire il contributo informativo che avrebbe potuto indirizzare le investigazioni verso scenari più ampi.

Il riferimento è alla mancata esplorazione di possibili interessi esterni a Cosa Nostra nella stagione delle stragi, un nodo che a oltre trent’anni dagli attentati continua a segnare la storia giudiziaria italiana.

La scomparsa di Santapaola chiude definitivamente il capitolo personale di uno dei protagonisti della stagione più sanguinosa di Cosa Nostra. Ma le motivazioni depositate a Caltanissetta dimostrano che sul fronte della verità giudiziaria e storica sulle stragi del 1992 restano ancora pagine controverse e interrogativi aperti.

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