Per anni Matteo Messina Denaro avrebbe mantenuto contatti costanti con la propria famiglia attraverso un sofisticato sistema di comunicazione fatto di lettere, pizzini e perfino filmati sulla vita quotidiana girati dalle sorelle. È quanto emerge dall’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha chiesto l’arresto di Giovanna e Rosalia Messina Denaro con l’accusa di associazione mafiosa.
Il gip ha però rigettato la richiesta della procura, derubricando il reato contestato in procurata inosservanza di pena e ritenendo che, dopo la morte del boss di Castelvetrano, non sussistano più esigenze cautelari.
Le lettere ritrovate nel covo del boss
L’indagine nasce dal ritrovamento di una enorme quantità di corrispondenza nel covo del capomafia, arrestato nel gennaio 2023 dopo trent’anni di latitanza. Attraverso un lungo lavoro di ricostruzione, i magistrati sono riusciti a delineare anni di comunicazioni tra il boss e i suoi familiari.
Gli investigatori stanno ancora cercando di chiarire alcune improvvise interruzioni negli scambi epistolari, che potrebbero essere state provocate dal timore di controlli o da informazioni trapelate da eventuali talpe.
“Operazione Condor”: lettere, soldi e oggetti nelle campagne di Castelvetrano
Secondo quanto ricostruito dalla Dda, Messina Denaro aveva ideato due diversi sistemi per restare in contatto con la famiglia.
Il primo, ribattezzato dal boss stesso “Operazione Condor” — dal nome del cane di famiglia — prevedeva scambi diretti di lettere, denaro e oggetti almeno due volte l’anno. Gli incontri avvenivano in una campagna di Castelvetrano riconducibile alla famiglia Messina Denaro e nella disponibilità della sorella Rosalia.
In alcune occasioni sarebbe stato lo stesso latitante a recarsi sul posto, in altre avrebbe inviato uomini fidati per ritirare o consegnare il materiale.
Il sistema “Van Gogh” e le lettere inviate per posta
Il secondo metodo di comunicazione, denominato “Van Gogh” o “altra via”, consisteva invece in un tradizionale scambio di missive tramite posta ordinaria.
Le lettere venivano spedite all’abitazione di Giovanna Messina Denaro, in via Piave, utilizzando mittenti fittizi. Secondo gli inquirenti, la casa della donna era diventata “una vera e propria centrale operativa” dalla quale le sorelle Giovanna, Bice e Rosalia si coordinavano per eseguire le direttive del boss.
La lettura dei pizzini avveniva nel bagno dell’abitazione, probabilmente per evitare intercettazioni o controlli esterni.
Il sistema fu scoperto dalla polizia mentre gli scambi erano ancora in corso, ma il latitante decise improvvisamente di interrompere ogni comunicazione. L’ultima lettera venne spedita all’abitazione della sorella Bice e conteneva proprio l’ordine di bloccare l’intero flusso comunicativo.
I video inviati al boss durante la latitanza
Tra gli elementi più singolari emersi dall’inchiesta vi sono anche alcuni filmati registrati dalla famiglia per aggiornare il boss sulla vita domestica.
Secondo la procura, Giovanna Messina Denaro utilizzava una telecamera per documentare le condizioni di salute della madre, le vicende dei familiari detenuti e i rapporti con la figlia Lorenza Alagna.
I video venivano poi trasferiti su mini Dvd e recapitati al capomafia presumibilmente attraverso il sistema dell’“Operazione Condor”.
Un canale di comunicazione stabile e organizzato che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito a Matteo Messina Denaro di continuare a mantenere rapporti diretti con la famiglia per gran parte della sua lunga latitanza.