La conservazione non deve rischiare con l’introduzione di specie non native.

Un Rischio Elevato: Introduzione di Ungulati Fuori dal Loro Habitat Naturale

Negli ultimi anni, si sta osservando un crescente interesse per l’introduzione di ungulati, come diverse specie di antilopi, in aree al di fuori dei loro habitat naturali. Questa pratica, considerata rischiosa dagli esperti, dovrebbe essere effettuata solo in circostanze molto limitate, come sottolineato in un recente articolo di opinione. Le linee guida dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) definiscono l’importazione di fauna selvatica non nativa come un’azione da intraprendere solo in casi eccezionali e giustificabili.

Gli autori dell’articolo sostengono che: “Non è forse l’essenza della conservazione quella di lasciare che l’evoluzione segua il suo corso senza ingerenze? Le linee guida dell’IUCN esistono per ragioni valide, e la storia suggerisce che dovrebbero essere seguite.” Questa riflessione mette in luce l’importanza di un approccio prudente quando si parla di fauna selvatica.


Le Conseguenze di Introduzioni Inconsapevoli

L’introduzione di animali in aree dove non sono nativi è un’attività che comporta rischi enormi, come specificato dall’IUCN, che dissuade fortemente tali pratiche. Le linee guida definiscono queste azioni come un “rischio critico”, che devono avvenire solo in eccezionali condizioni. La storia fornisce numerosi esempi di specie introdotte che sono diventate invasive, causando danni devastanti agli ecosistemi locali. Anche se non tutte le specie introdotte diventano invasive, esse possono comunque alterare drasticamente le dinamiche ecologiche delle comunità in cui vengono reintrodotte.

Nel corso dei decenni, le translocazioni di animali all’interno dei loro habitat precedenti sono state utilizzate con successo come strumenti di conservazione. Il reinserimento di specie a scopo conservativo, come il potenziamento delle popolazioni esistenti o il ripristino di popolazioni estinte, si basa su queste pratiche. Tuttavia, il trasferimento di animali al di fuori dei loro habitat naturali rappresenta un problema potenzialmente serio. Gli effetti di queste “introduzioni per la conservazione” possono essere opposti: gli animali possono avere difficoltà a sopravvivere o, se riescono ad adattarsi, competere con le species locali per le risorse, causando conseguenze dannose.


Un esempio pratico di come un’introduzione possa andare male lo si osserva nel regno vegetale in Africa. La pianta Neltuma juliflora, nativa dell’America Centrale e Meridionale, è stata introdotta in alcune regioni dell’Africa per combattere la desertificazione. Inizialmente apprezzata, questa pianta invasiva ha finito per danneggiare enormi spazi, compromettendo i pascoli e contribuendo a un aumento della popolazione di zanzare. Al giorno d’oggi, aree significative del Kenya e dell’Etiopia sono invase da questa pianta, rendendola difficile da eradicare e attualmente classificata tra le specie invasive più problematiche.

Anche nell’ambito della fauna, come nel caso delle antilopi roane (Hippotragus equinus), la traslocazione in aree al di fuori del loro habitat originale ha avuto esiti deludenti. Negli anni ’70 e ’80, le antilopi roane sono state trasferite nel Parco Nazionale delle Shimba Hills in Kenya, ma la loro popolazione è rapidamente diminuita. In maniera simile, le zebre di pianura (Equus quagga) sono state recentemente introdotte in questo parco, competendo con le ultime herds di antilopi sable (Hippotragus niger), già in declino. Attualmente, si stima che ci siano meno di 50 esemplari di questa specie.


Rischi Genetici e Ecologici

Un altro aspetto che merita attenzione riguarda i problemi genetici che possono derivare dalle introduzioni di specie non native. Sebbene due specie possano apparire simili morfologicamente, potrebbero essere geneticamente distinte a causa di un isolamento prolungato. Negli anni, diverse specie di ungulati sono state suddivise in sottospecie diverse. Per esempio, le giraffe, un tempo considerate un’unica specie, sono state recentemente suddivise in quattro specie distinte.

In Uganda, l’introduzione dei kob ugandesi (Kobus kob thomasi) nel Parco Nazionale Kidepo Valley, dove non erano mai stati avvistati, rappresenta un rischio per l’integrità genetica delle altre sottospecie locali. Questo potrebbe generare ibridi tra i kob ugandesi e quelli a orecchie bianche (K. k. leucotis), alterando l’equilibrio ecologico del parco.

Le linee guida dell’IUCN stabiliscono che le introduzioni di specie non native dovrebbero avvenire solo in situazioni straordinarie, come nel caso di spostamenti per prevenire l’estinzione o per l’esecuzione di specifiche funzioni ecologiche.


La salvaguardia delle specie a rischio, come nel caso dell’hirola (Beatragus hunteri), sottolinea l’importanza di una gestione oculata. Con una popolazione che è diminuita drammaticamente, un’azione precauzionale ha portato a stabilire una popolazione “ex situ” nel Parco Nazionale Tsavo Est. Questo esempio rappresenta l’eccezione giustificata prevista dalle linee guida dell’IUCN.

Fuori da queste circostanze straordinarie, l’introduzione di animali in aree non indigenous rimane un azzardo che la storia ha dimostrato di solito non ripagare. La conservazione con successo richiede responsabilità, e le linee guida esistono per garantire un approccio basato su evidenze e ricerche.

Riflessone Finale sulla Conservazione

In ultima analisi, l’essenza della conservazione è consentire all’evoluzione di svolgersi senza interventi artificiali. Le linee guida dell’IUCN non sono solo raccomandazioni, ma riflettono l’esperienza di esperti nel campo della conservazione della fauna selvatica.

Fonti ufficiali:
– Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)
– Mongabay Conservation News

Considerare con attenzione queste linee guida è fondamentale per proteggere gli ecosistemi delicati e le specie che li popolano.

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Luigi Salemi: