Missionari in Sud America: Un Dualismo Complesso
I missionari in Sud America hanno frequentemente portato istruzione e supporto, insieme a coercizione, acculturazione e danni duraturi, specialmente nelle comunità indigene, dove l’eredità del “contatto” è ancora oggetto di dispute. Il Padre José (Giuseppe) Zanardini, prete salesiano e antropologo nato in Italia, è arrivato in Paraguay nel 1978, dedicando decenni al lavoro con i popoli indigeni, in particolare con gli Ayoreo del Gran Chaco. Zanardini ha combinato l’attività pastorale con iniziative di istruzione, supportando le scuole indigene e documentando la lingua e la cultura, mentre promuoveva un approccio della Chiesa più aperto alla spiritualità indigena. La sua storia si colloca in un contesto più ampio di interruzione e abuso spesso motivati da missioni religiose, sollevando interrogativi sull’importanza dell’ascolto in un’istituzione dominata da più secoli di insensibilità.
L’Ambivalenza della Missione
Per gran parte della storia del Sud America, l’arrivo di un missionario ha portato con sé due reputazioni distinte. Da una parte, quella di un benefattore: un individuo con medicine, istruzione e un linguaggio di dignità umana che può risultare utile in uno stato spesso assente. Dall’altra, quella di un agente coercitivo: un promotore della conversione e acculturazione, talvolta implicato in espropri di terre, insediamenti forzati e abusi a carico delle comunità indigene, che continuano a subire le conseguenze. Tra i popoli del Gran Chaco, la narrazione del “contatto” è ancora in fase di sviluppo, con alcuni gruppi stabilizzati e altri che scelgono l’isolamento. In questo contesto, la linea tra accompagnamento e intrusione è sempre stata nebulosa.
L’Arte dell’Ascolto
L’antropologia, simile alla missione, ha avuto un duplice ruolo. Nella sua migliore espressione, registra lingue, storie e modi di vedere che in passato venivano considerati ostacoli al “progresso”. Nella sua espressione più negativa, diventa uno strumento per ordinare i popoli indigeni in categorie definite da altri. Gli studiosi più attenti imparano a mettere in discussione le loro stesse categorie e riconoscono che un taccuino di campo può durare più a lungo di un sermone.
Questa tensione ha permeato la vita di Padre José (Giuseppe) Zanardini. Nato a Brescia nel 1942, ha studiato ingegneria a Milano prima di dedicarsi alla filosofia e alla teologia. I Salesiani lo hanno scelto per il Paraguay, e lui ha deciso di approfondire l’antropologia, conseguendo un dottorato in antropologia sociale in Inghilterra. In seguito, ha guidato per 22 anni il Centro di Studi Antropologici all’Università Cattolica di Asunción e ha insegnato in altre istituzioni. Un’opera accademica successiva sugli Ayoreo lo descrive semplicemente come “basato in Paraguay dal 1978”, riconoscendogli “contributi indispensabili” alla ricerca sui popoli Ayoreo.
Zanardini raccontava spesso la sua storia in un modo che smontava la pomposità missionaria. Ricordando il suo primo viaggio per incontrare gli Ayoreo, ha detto: “Presi una barca che, dopo tre giorni di viaggio, mi portò al fiume Paraguay per incontrare il popolo Ayoreo. Quando arrivai, caddi nel fiume e tutti scoppiarono a ridere.” Non è stata una parabola di conquista, ma un’ammissione di goffaggine e di essere accolto secondo le regole di qualcun altro.
Un Approccio Nuovo e Rispetto per le Culture Indigene
Le regole furono stabilite da un sciamano ayoreo che gli disse: “Se vuoi restare con noi, devi apprendere molte cose.” Zanardini affermò in seguito: “Quella consiglio mi ha aiutato molto di più di tutti i miei studi. Da quel momento, ho imparato ad ascoltarli.” Ascoltare divenne la sua difesa preferita per una vocazione che, nelle mani sbagliate, ha frequentemente significato parlare per gli altri.
Visse per anni nei villaggi indigeni, promuovendo progetti sociali, fondando scuole e lanciando stazioni radio comunitarie. Collaborò con CONAPI, la coordinazione dei vescovi per il ministero pastorale indigeno, e contribuì a plasmare ciò che i leader della Chiesa descrivevano come un “nuovo approccio pastorale” che prendeva sul serio la spiritualità indigena anziché considerarla un problema da risolvere. In un paese le cui politiche educative hanno a lungo avuto un’impronta assimilazionista, la spinta verso l’istruzione interculturale richiedeva alleati e istituzioni. Zanardini è apparso come contributore in un volume CEADUC/CONAPI sull’educazione interculturale indigena e ha fatto parte del team di insegnamento di un programma di formazione specializzato per rafforzare gli educatori indigeni.
Fonti ufficiali come le pubblicazioni della Conferenza Episcopale e studi accademici confermano l’importanza del suo lavoro. È essenziale non solo riconoscere i successi di figure come Zanardini, ma anche esaminare criticamente il contesto più ampio delle missioni religiose e le loro conseguenze storiche.
Una Vita di Impegno e Riflessione
Le testimonianze indigene riguardo le missioni possono essere brutali riguardo alle perdite subite. Un’affermazione attribuita a Mateo Sobode recita: “La natura ci invia segnali di pericolo o di incontri violenti. I missionari bianchi ci hanno estratto dal nostro paradiso. E mi chiedo: quale è stato il nostro peccato?” I difensori di Zanardini argomentano che ha passato la vita cercando di sostituire questa storia con un’altra relazione: una costruita sull’apprendimento, la collaborazione e il rispetto. Ha rifiutato la vecchia affermazione coloniale che i popoli indigeni fossero privi di Dio, legge o re, affermando: “Invece, possiedono saggezze belle e importanti ed sono più spirituali di noi.”
La misura di una vita come quella di Zanardini non sta nel risolvere le contraddizioni della Chiesa, ma nel verificare se, in un luogo in cui gli esterni hanno frequentemente preso senza chiedere, un esterno è riuscito a chiedere più che a prendere. Nella sua narrazione, la condizione dello sciamano rimaneva valida: se vuoi restare, devi apprendere molte cose.
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