José Zanardini: il sacerdote che ha cercato di unire fede e autonomia indigena.
L’Arte dell’Ascolto
L’antropologia, simile alla missione, ha avuto un duplice ruolo. Nella sua migliore espressione, registra lingue, storie e modi di vedere che in passato venivano considerati ostacoli al “progresso”. Nella sua espressione più negativa, diventa uno strumento per ordinare i popoli indigeni in categorie definite da altri. Gli studiosi più attenti imparano a mettere in discussione le loro stesse categorie e riconoscono che un taccuino di campo può durare più a lungo di un sermone.
Questa tensione ha permeato la vita di Padre José (Giuseppe) Zanardini. Nato a Brescia nel 1942, ha studiato ingegneria a Milano prima di dedicarsi alla filosofia e alla teologia. I Salesiani lo hanno scelto per il Paraguay, e lui ha deciso di approfondire l’antropologia, conseguendo un dottorato in antropologia sociale in Inghilterra. In seguito, ha guidato per 22 anni il Centro di Studi Antropologici all’Università Cattolica di Asunción e ha insegnato in altre istituzioni. Un’opera accademica successiva sugli Ayoreo lo descrive semplicemente come “basato in Paraguay dal 1978”, riconoscendogli “contributi indispensabili” alla ricerca sui popoli Ayoreo.
Zanardini raccontava spesso la sua storia in un modo che smontava la pomposità missionaria. Ricordando il suo primo viaggio per incontrare gli Ayoreo, ha detto: “Presi una barca che, dopo tre giorni di viaggio, mi portò al fiume Paraguay per incontrare il popolo Ayoreo. Quando arrivai, caddi nel fiume e tutti scoppiarono a ridere.” Non è stata una parabola di conquista, ma un’ammissione di goffaggine e di essere accolto secondo le regole di qualcun altro.
