Jay M. Savage: testimone della scomparsa delle rane e pioniere della scienza tropicale.

Il Pioniere della Conservazione: Jay M. Savage

Negli anni ’80, Jay M. Savage si distinse per la sua lungimiranza nell’individuare un evidente problema: il declino degli anfibi nelle foreste pluviali protette non era un’anomalia isolata, ma un segnale di un fenomeno globale più ampio. La sua lunga carriera ha unito una scienza di campo meticolosa con una visione istituzionale, inclusi contributi fondamentali alla erpetologia centroamericana e un ruolo chiave nella creazione dell’Organizzazione per gli Studi Tropicali. Savage considerava la costruzione di istituzioni e il mentoring non solo come accessori della scienza, ma come elementi integranti del suo stesso svolgimento. Ha sostenuto silenziosamente generazioni di studenti, favorendo continuità, rigore e collaborazione.

Nel tardo ‘800, i luoghi che avrebbero dovuto essere salvi iniziarono a mostrare segni di crisi. Le foreste pluviali protette, inibite da motoseghe e ruspe, cominciarono a perdere specie di animali che avevano resistito a condizioni dodici volte più avverse. Gli anfibi, comunemente abbondanti ma spesso trascurati, scomparvero in modi che sfidavano le spiegazioni consuete. I biologi di campo, addestrati a diffidare del dramma, iniziarono a confrontarsi con una sensazione di disagio inedita.


I Sintomi di una Crisi Globale

“A molti di noi è sembrato ovvio che dovevamo confrontarci”, ricordò Jay Mathers Savage in un’intervista del 1992 con il New York Times. “La cosa sorprendente era che tutto ciò stava accadendo a livello globale.” Con decenni di esperienza alla confluenza tra tassonomia ed ecologia, Savage riuscì a far luce su un fenomeno che necessitava di attenzione. Specialista in anfibi e rettili centroamericani, conosceva a menadito la regione, non per rapidi viaggi, ma per il lavoro prolungato e concertato.

Uno dei suoi progetti in Costa Rica portò alla documentazione di un animale divenuto simbolo della crisi: il rospo dorato, scientificamente noto come Bufo periglenes. Osservato nella Riserva Naturale della Foresta Nebulosa di Monteverde nel 1964, questa specie sfidava l’immaginazione. Il maschio, di un vivido arancione, emergeva per un breve periodo di accoppiamento annuale, un evento che garantiva una conta visibile. Nel 1988, venne trovato solo un maschio adulto; due anni dopo, non rimaneva più niente.


Il declino degli anfibi non si limitò a una singola specie carismatica. Altri anfibi delle foreste pluviali seguirono la stessa traiettoria: presenti, comuni, poi improvvisamente rari. Le rane di vetro, piccole e verde lime, erano abbondanti fino alla fine degli anni ’80. “Le chiamavamo gioielli della notte”, ricordava Savage. Le rane arlecchino, caratterizzate da insoliti motivi in nero, giallo e rosso, subirono una brusca diminuzione. La somma di questi eventi suggeriva che le spiegazioni locali non erano sufficienti.

Savage si era formato in una cultura scientifica che apprezzava le collezioni e la descrizione dettagliata, portando questa sensibilità nella biologia di campo. Durante la sua carriera, ha prodotto oltre 200 pubblicazioni e formato numerosi studenti di dottorato, creando una vera e propria linea accademica in erpetologia. La sua carriera lo portò a insegnare all’Università della California del Sud e successivamente all’Università di Miami, dove contribuì a sviluppare un programma di biologia tropicale.


Costruzione di Istituzioni per la Biologia Tropicale

Savage era profondamente impegnato nella costruzione di istituzioni. Negli anni ’60, la biologia tropicale sembrava ricca di potenzialità, ma carente in fondamenta solide: le università provavano prima a fondare stazioni di campo, senza però mai riuscire a garantire la loro esistenza a lungo termine. I finanziamenti erano sporadici e la formazione nella biologia tropicale veniva considerata un’anomalia. Savage credeva che questo fosse un errore. Dalla sua esperienza in Costa Rica, giunse alla conclusione che la biologia tropicale non sarebbe mai maturata senza una base permanente.

Grazie a questa osservazione, sviluppò un’idea più ambiziosa. In collaborazione con colleghi negli Stati Uniti e in Costa Rica, progettò un programma volto a formare scienziati non come visitatori, ma come partecipanti attivi. I corsi iniziali dell’Organizzazione per gli Studi Tropicali (OTS) erano rivolti inizialmente ai docenti, con l’idea che convincenti professori avrebbero inviato i loro studenti in Costa Rica. E così avvenne: negli anni ’60, la formazione dei laureati divenne centrale, contribuendo a far di Costa Rica un polo di educazione nella biologia tropicale.


Savage rimase coinvolto con l’OTS per decenni, attraversando periodi di espansione e momenti di crisi. Ci furono tempi di difficoltà economiche e di leadership incerta. Sapeva che le istituzioni sopravvivono non solo grazie all’ottimismo, ma anche per la cura nei dettagli e la disponibilità a prendere decisioni difficili. Quando OTS si avviò verso il cinquantesimo anniversario, aveva formato generazioni di ecologi, definendo il modo in cui la biologia tropicale viene insegnata e praticata.

La pazienza nella raccolta delle evidenze, la sospettosità nei confronti delle narrazioni facili e l’attenzione a ciò che rimanevano tratti distintivi di Savage. Non considerava l’estinzione come uno spettacolo, ma come dati con implicazioni reali. In tutti i cambiamenti, a volte solo chi torna spesso nello stesso luogo nota ciò che manca.

Le idee e la metodologia di Jay M. Savage continuano a ispirare la comunità scientifica. Per ulteriori dettagli sulla sua vita e lavoro, puoi consultare fonti ufficiali come l’Organizzazione per gli Studi Tropicali e l’U.S. Fish and Wildlife Service.

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Luigi Salemi: