Brevi note del fondatore: una serie occasionale in cui il fondatore di Mongabay, Rhett Ayers Butler, condivide analisi, prospettive e sintesi di storie.
I Monti Dauphiné e il Progetto di Rientro alla Natura
Fabien Quétier ha trascorso gran parte della sua vita ai piedi delle Alpi Dauphiné, nel sud-est della Francia. Qui, le pareti di calcare catturano la luce del mattino, mentre le sagome degli stambecchi si muovono lungo i crinali. Per Quétier, che guida il più grande progetto di Rewilding Europa in Francia, questi animali e il paesaggio lacerato nelle quali vivono rappresentano un promemoria di ciò che è andato perduto e di ciò che potrebbe tornare, se gli si concedesse una chance. Questo è quanto riferisce il collaboratore Marlowe Starling per Mongabay.
Una Nuova Visione per la Natura
Negli anni ’90, l’idea di rewilding appariva come un’utopia: un approccio teorico piuttosto che pratico, concepito per lasciare che la natura si riparasse da sola attraverso il ripristino delle specie che un tempo formavano l’ecosistema. Negli ultimi dieci anni, questa nozione è diventata urgente. Le foreste stanno cedendo sotto il calore, i fiumi si prosciugano a fine estate e, anche in questo angolo silenzioso delle Alpi occidentali, siccità e incendi si manifestano con preoccupante regolarità.
“Un approccio fisso alla natura non funziona più”, afferma Quétier. Secondo lui, il rewilding offre qualcosa di più solido rispetto alla semplice nostalgia.
La resilienza della regione colpisce Quétier. Nei primi anni ’50, i caprioli (Capreolus capreolus) e le marmotte (Marmota marmota) sono tornati, attirando l’arrivo di lupi (Canis lupus) e castori eurasiatici (Castor fiber), migranti dall’Italia. Nel 2019, colleghi fidati di Quétier hanno proposto l’area come il primo sito di rewilding in Francia.
Olivier Raynaud, direttore del sottogruppo Rewilding France e collega di Quétier, sottolinea che non si partiva da zero. La terra, infatti, si stava riparando in silenzio da decenni.
Ma Quétier e Raynaud sanno che il lavoro richiede più della sola biologia: è necessario guadagnare la fiducia dei proprietari terrieri, convincere i contadini scettici riguardo ai lupi e spiegare ai residenti dubbiosi l’importanza dei avvoltoi per l’ecosistema. È anche fondamentale riconoscere che alcune specie, come gli orsi bruni eurasiatici (Ursus arctos arctos), non possono ancora tornare.
Quétier comprende la fragilità di questa iniziativa. Le proiezioni climatiche indicano decadi più calde e difficili. Le foreste potrebbero indebolirsi. I fiumi potrebbero ridursi. Nonostante ciò, egli insiste sul fatto che l’unica vera scommessa è non fare nulla.
“Le persone sono in cerca di nuove idee”, afferma. Per lui, il rewilding non è una cura, ma un modo per dare alla vita una possibilità di sopravvivenza.
Il rewilding rappresenta dunque un’opportunità da non trascurare, non solo per la riqualificazione dei paesaggi, ma anche per il recupero di una biodiversità perduta. Con una gestione accorta e il coinvolgimento delle comunità locali, è possibile ripristinare l’equilibrio ecologico e aprire la strada a un futuro sostenibile.
La ricaduta positiva è evidente, non solo in termini ambientali, ma anche socio-economici: il ripristino degli ecosistemi porta spesso a un incremento del turismo e a opportunità di lavoro legate alla natura. Recenti studi indicano che le aree rinaturalizzate possono favorire anche il benessere comunitario, contribuendo a una maggiore coesione sociale.
Fonti ufficiali:
– Mongabay, “Rewilding” (https://www.mongabay.com).
– WWF, “Ecosystem Restoration” (https://www.worldwildlife.org).
Immagine di copertura: Due stambecchi maschi davanti al Mont Aiguille nelle Alpi Dauphiné, Francia. Immagine © Luca Melcarne.
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