Maggiore attenzione agli anfibi nella conservazione africana
Gli erpetologi chiedono una maggiore inclusione degli anfibi nelle strategie di conservazione in Africa, secondo una recente lettera pubblicata sulla rivista Science. Questo è un argomento di fondamentale importanza, considerando che il continente è casa a circa 1.170 specie di anfibi, delle quali il 99% è endemico. Negli ultimi anni, circa il 37% di queste specie è stato classificato come minacciato di estinzione.
Gli studiosi sottolineano che gli anfibi, tra cui rane, salamandre e ciechi, sono indicatori chiave dei cambiamenti ecologici, grazie alla loro sensibilità a patogeni, stress termico, inquinamento e variazioni idrologiche nei loro habitat. Nonostante ciò, vi è una carenza di rappresentanza degli anfibi nella pianificazione e nella gestione delle aree protette in Africa, come evidenziato dagli autori della lettera. A oggi, esistono solo 12 piani d’azione specifici per gli anfibi in tutto il continente, tra cui un piano di conservazione per le rane a Città del Capo, in Sudafrica, e per la rana dorata mantella (Mantella aurantiaca) in Madagascar.
La situazione in Congo e Camerun
Prendendo in considerazione la Repubblica Democratica del Congo (RDC), non ci sono ancora piani di conservazione specifici per gli anfibi. Bienvenu Mwale, autore principale della lettera e esperto di anfibi nella RDC e in Camerun, ha affermato che “finora, i quadri giuridici esistenti in RD Congo rimangono generali e prestano poca attenzione a questo gruppo tassonomico, con un focus maggiore sui grandi mammiferi”.
Al contrario, il Camerun ha già fornito protezione totale a sei specie di anfibi, tra cui la rana Golia (Conraua goliath), la più grande rana del mondo, attraverso un decreto ministeriale. Mwale suggerisce che questo modello potrebbe essere replicato in altri contesti africani per migliorare la conservazione.
Attualmente, molte specie di anfibi africani sono classificate come dati insufficienti nella Lista Rossa dell’IUCN, il che significa che non ci sono informazioni sufficienti per valutare il loro stato di conservazione. Un aspetto cruciale per migliorare la situazione è la raccolta di informazioni specifiche sulla distribuzione degli anfibi, che i cittadini possono contribuire a fornire. Amaël Borzée, co-autore della lettera e membro del Gruppo di Esperti sugli Anfibi dell’IUCN, ha affermato che “chiunque può partecipare, ad esempio tramite la piattaforma iNaturalist. È semplice: basta scattare una foto di un anfibio e caricarla su iNaturalist, e il lavoro è fatto, contribuendo così alla causa”.
Importanza della ricerca e della conservazione
La professoressa Karen Lips, esperta di anfibi non associata alla lettera, ha anche evidenziato l’urgenza di un maggiore investimento nella ricerca e nella conservazione in Africa. “È un continente con una ricchezza incredibile di biodiversità, ma ha bisogno di più ricerche per comprendere i modelli di distribuzione e le minacce a tale biodiversità”, ha dichiarato.
In effetti, l’Africa è una delle regioni con meno informazioni sulla biologia delle popolazioni di anfibi, il che rende difficile valutare come i cambiamenti nell’uso del suolo, il cambiamento climatico, le malattie e altri fattori stiano influenzando queste specie. “Non abbiamo dati di base sulle popolazioni per effettuare confronti”, ha aggiunto Lips, ribadendo l’importanza di ulteriori studi e interventi.
La conservazione degli anfibi in Africa è non solo un imperativo ecologico ma anche un’opportunità per coinvolgere le comunità locali nella salvaguardia della biodiversità. Con un approccio più inclusivo e informato, è possibile creare piani efficaci per la protezione di questi animali cruciali per la salute degli ecosistemi africani. È quindi essenziale mobilitare sia le istituzioni che le persone comuni affinché collaborino in questo importante sforzo. La protezione degli anfibi può rivelarsi un indicatore della salute generale dell’ambiente, e una scarsa attenzione a questo gruppo può avere ripercussioni ben più ampie sulla biodiversità del continente.
Fonti: Science Magazine, IUCN, Mongabay.
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