Attività stromboliana e cenere verso Est-Sud-Est, nessun impatto sull’aeroporto di Catania
L’Etna continua a dare spettacolo. Alle 2.51 della notte scorsa un evento esplosivo impulsivo è stato registrato al cratere Voragine, seguito da un’attività stromboliana che sta producendo una debole emissione di cenere dispersa dai venti in direzione Est-Sud-Est.
Lo rende noto l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) – Osservatorio Etneo, che segue costantemente l’evoluzione del vulcano. Dal punto di vista sismico, l’ampiezza media del tremore vulcanico si mantiene nell’intervallo dei valori medi, mentre il centroide delle sorgenti del tremore è localizzato nell’area del cratere Nord-Est, a circa 1.600 metri sul livello del mare.
In seguito all’attività è stato innalzato il Vona (Volcano Observatory Notice for Aviation) dal livello giallo ad arancione, ma l’attuale fase eruttiva non ha effetti sull’operatività dell’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania, che continua a funzionare regolarmente.
L’episodio rappresenta l’ultimo sviluppo di un’estate particolarmente intensa per il vulcano siciliano. Soltanto pochi giorni fa si è infatti conclusa una breve ma energica fase eruttiva che, tra il 30 luglio e il 2 agosto 2026, ha visto ancora una volta protagonista il cratere Voragine.
L’eruzione tra il 30 luglio e il 2 agosto: fontane di lava, colate e cenere
Secondo il resoconto pubblicato dall’INGV, l’attività era iniziata nella notte tra il 29 e il 30 luglio, quando le telecamere dell’Osservatorio Etneo avevano documentato la ripresa delle esplosioni stromboliane alla Voragine. Nel corso della mattinata del 30 luglio l’attività si era rapidamente intensificata fino a trasformarsi in una fontana di lava, accompagnata da una nube di cenere che aveva raggiunto circa 7 chilometri di altezza, spostandosi verso ovest e provocando una leggera ricaduta di cenere sull’abitato di Bronte.
Durante la stessa mattinata era stato osservato anche un piccolo flusso piroclastico diretto verso l’alto settore della Valle del Bove, mentre una colata lavica aveva invaso il cratere di Nord-Est. Nel tardo pomeriggio si era inoltre aperta una fessura eruttiva a circa 2.700 metri di quota, dalla quale due bocche effusive avevano alimentato una vasta colata lavica nella Valle del Leone.
L’attività aveva raggiunto il suo picco tra la sera del 30 luglio e la notte del 31 luglio, quando le esplosioni stromboliane si erano mantenute particolarmente intense fino alle 1.40, interrompendosi poi in modo repentino. Nel frattempo le colate avevano continuato ad avanzare, raggiungendo quote comprese tra 1.700 e 1.750 metri, poco sopra Rocca Capra, in un’area impervia e disabitata all’interno della Valle del Bove.
Nei giorni successivi il fenomeno aveva progressivamente perso intensità. Il 31 luglio le colate erano ancora alimentate nella zona prossimale alle bocche, mentre i fronti più avanzati mostravano già segni di raffreddamento. Il 1° agosto la parte più distante del campo lavico risultava ormai inattiva e la Voragine aveva cessato l’attività esplosiva, mantenendo soltanto un intenso degassamento. Il 2 agosto, infine, un sopralluogo dei vulcanologi dell’INGV aveva confermato la completa cessazione dell’effusione lavica e la conclusione dell’episodio eruttivo.
La Voragine resta il punto più attivo del vulcano
Gli studiosi dell’INGV sottolineano come anche questa eruzione abbia interessato lo stesso settore già coinvolto durante le fasi eruttive di fine giugno e inizio luglio, ossia il versante nord-orientale della Voragine, tra 2.700 e 3.200 metri di quota.
I rilievi effettuati con i droni nei mesi precedenti avevano infatti individuato in quest’area un sistema di fratture in progressiva espansione, accompagnato da piccoli collassi e movimenti del terreno. Si tratta di una zona particolarmente fragile, dove il magma riesce a raggiungere più facilmente la superficie sfruttando discontinuità già esistenti.
Pur essendo spettacolari, le recenti eruzioni non hanno rappresentato un pericolo diretto per la popolazione. Le bocche eruttive si sono infatti aperte oltre i 2.500 metri di quota, all’interno della Valle del Bove e della Valle del Leone, aree completamente disabitate. I principali effetti hanno riguardato la formazione di pennacchi di cenere, che possono creare criticità per il traffico aereo e provocare leggere ricadute di materiale vulcanico nei centri abitati, come avvenuto a Bronte durante l’episodio del 30 luglio.
Palloni aerostatici e sensori per studiare la nube vulcanica
Parallelamente all’attività eruttiva, l’Etna è stato protagonista anche di un’importante campagna scientifica internazionale. Dal 12 al 16 luglio 2026 l’INGV, insieme all’Università di Ginevra e al Max Planck Institute, ha sperimentato nuove tecnologie per lo studio diretto del plume vulcanico nell’ambito del progetto VT-CLAIM.
Presso il cratere di Bocca Nuova sono stati utilizzati grandi palloni aerostatici dotati di sonde per il monitoraggio di anidride solforosa, anidride carbonica, idrogeno solforato e particolato, oltre a piccoli palloni impiegati contemporaneamente per tentare, per la prima volta, una tomografia tridimensionale della nube vulcanica.
I dati raccolti in tempo reale serviranno a migliorare la comprensione dei fenomeni eruttivi, affinare i modelli previsionali e rendere ancora più efficace il monitoraggio del vulcano, contribuendo alla riduzione del rischio per il territorio e per il traffico aereo. Determinante, per la riuscita delle operazioni in quota, è stato il supporto logistico del Dipartimento regionale della Protezione civile della Sicilia, che ha garantito il trasporto in sicurezza delle bombole di elio necessarie al gonfiaggio dei palloni aerostatici fino all’area sommitale dell’Etna.