Crisis globale degli oceani in aumento, ma la governance sta migliorando, secondo rapporto ONU.

Il 8 giugno, le Nazioni Unite hanno pubblicato la terza Valutazione Mondiale degli Oceani, un rapporto dettagliato sullo stato degli oceani globali nel periodo 2021-2025, redatto da circa 600 esperti provenienti da 86 paesi. Questo rapporto evidenzia una crisi crescente per gli oceani del mondo, messa in evidenza da pressioni umane come inquinamento, sovrapesca e cambiamenti climatici, che stanno esaurendo ecosistemi marini già sotto forte stress. Nonostante ci siano segnali di miglioramento nella governance degli oceani, emerge anche una forte preoccupazione per la sua “frammentazione” e insufficienza nell’affrontare l’entità delle sfide che i nostri oceani devono affrontare.

La Crisi degli Oceani e le Pressioni Umanane

Dalle attività umane, come inquinamento e sovrapesca, fino agli effetti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, le pressioni sugli oceani stanno crescendo. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha descritto questa situazione come una “crisi profonda”. Le preoccupazioni sollevate nel rapporto sono in linea con quelle di precedenti valutazioni pubblicate nel 2015 e 2021, che indicano un oceano globale gravemente minacciato da fattori antropici.


Il rapporto esamina i progressi compiuti nella governance degli oceani attraverso una revisione di 57 trattati globali relativi alla protezione marina, incluso il recente trattato sulle alte maree, formalmente noto come accordo sulla biodiversità marina delle aree oltre la giurisdizione nazionale (BBNJ). Pur riconoscendo i passi avanti, gli autori avvertono che le strutture esistenti restano generalmente “frammentate” e non riescono a rispondere completamente alle sfide. È cruciale, quindi, continuare a rafforzare gli sforzi di conservazione, regolamentazione e cooperazione internazionale per ridurre gli effetti dannosi delle attività umane e preservare gli ecosistemi marini.

Il Ruolo Cruciale della Governance e della Cooperazione

Ogni anno, circa 52,1 milioni di tonnellate di rifiuti plastici entrano negli oceani, influenzando più di 4.000 specie marine, tra cui tartarughe e uccelli marini. Rafael González-Quirós, direttore del Centro Oceanografico di Gijón in Spagna e coordinatore del rapporto, ha dichiarato che “l’urgenza di un oceano sano e resiliente non è mai stata così alta”. Collaborazioni e ricerche globali, insieme a una comprensione crescente dell’oceano, forniscono spunti essenziali sullo stato degli ecosistemi marini e sui profondi cambiamenti che stanno subendo.


Una delle scoperte principali del rapporto è che il riscaldamento degli oceani sta avvenendo a un ritmo accelerato, con circa il 16% del riscaldamento totale misurato dal 1955 che è avvenuto solo negli ultimi otto anni. Questa situazione provoca una serie di problemi marini, dalle fioriture algali al sbiancamento dei coralli e eventi meteorologici estremi. Inoltre, il riscaldamento contribuisce all’innalzamento del livello del mare, il cui tasso è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni, passando da meno di 2 millimetri all’anno prima del 2015 a 4,3 millimetri nel 2023.

Il rapporto fa anche luce sul problema persistente dell’inquinamento da plastica: oltre 52 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrano ogni anno nei nostri mari, colpendo innumerevoli specie marine e gli ecosistemi di cui fanno parte. Inoltre, sono evidenziate le lacune nella nostra comprensione dell’habitat degli oceani profondi e della biodiversità ad essi associata. Secondo il rapporto, solo il 27,3% del fondale marino è stato mappato fino al 2025, lasciando incertezze significative riguardo le specie che vi abitano, oggi sempre più vulnerabili a pratiche di pesca invasive come la pesca a strascico.


Particolare importanza è data alla connessione tra la salute degli oceani e il benessere umano. Il rapporto sottolinea che la sicurezza alimentare, i mezzi di sussistenza, l’identità culturale e la prosperità economica dipendono da un oceano sano. Ad esempio, le piccole pescherie impiegano oltre 60 milioni di persone e producono più di 25 milioni di tonnellate di cibo ogni anno. Tuttavia, le comunità indigene e locali costiere che dipendono dagli oceani sono spesso marginalizzate e non hanno accesso sicuro alle risorse o partecipazione nella governance.

Infine, il rapporto esorta a valorizzare la conoscenza delle comunità indigene e dei proprietari tradizionali, affermando che i modelli di governance che incorporano tale conoscenza hanno maggiori probabilità di raggiungere risultati significativi in termini di ecosistemi marini e benessere. Si sottolinea, inoltre, l’importanza di coinvolgere queste popolazioni nei processi decisionali, come dimostrato dal riconoscimento ufficiale del consiglio circumpolare Inuit nell’ambito dell’Organizzazione Marittima Internazionale.

Fabien Cousteau, oceanografo e conservazionista, ha messo in evidenza l’urgenza delle sfide che i nostri oceani affrontano, ricordando che essi supportano “tutta la vita che conosciamo e di cui abbiamo bisogno”. Cousteau ha anche evidenziato che il rapporto della Valutazione Mondiale degli Oceani offre gli strumenti necessari per avviare soluzioni e correggere la rotta che abbiamo intrapreso. “Non è il momento di mollare”, ha affermato, “né di rimanere in silenzio”.

Per ulteriori informazioni, consulta le fonti ufficiali come il rapporto della Valutazione Mondiale degli Oceani delle Nazioni Unite e altri studi pertinenti.

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Luigi Salemi: