Cosa alimenta il traffico di gibboni? I conservazionisti svelano la domanda di mercato.

Il Mercato Ilegale dei Gibbons: Un Problema Sottovalutato

Nel 2025, il numero di sequestri di gibboni ha raggiunto un livello senza precedenti, con ben 336 esemplari confiscati tra gennaio e agosto. Questo dato rappresenta quasi il 20% di tutti i sequestri effettuati dal 2016, secondo un’analisi della rete di monitoraggio del commercio di fauna selvatica, TRAFFIC. Gli esperti avvertono che, per combattere il traffico illegale di gibboni, è fondamentale comprendere le diverse motivazioni alla base della domanda dei consumatori.

Il primate affascina molti, e i gibboni, in particolare, attirano l’attenzione per la loro unicità e rarità. Elizabeth John di TRAFFIC sottolinea che le soluzioni per affrontare questo problema devono essere personalizzate, poiché le ragioni per cui le persone acquistano gibboni variano notevolmente tra le diverse comunità di acquirenti.


Le Radici della Domanda: Una Questione Culturale e Sociale

Tradizionalmente, Indonesia e Vietnam sono stati i paesi dominatori nel commercio di gibboni, ma negli ultimi anni anche India e Malesia hanno assunto un ruolo significativo in questa catena illecita. In Malesia, ad esempio, la domanda è spesso alimentata da un’errata percezione di amore per gli animali. Mariani “Bam” Ramli, fondatore della Gibbon Conservation Society, spiega che molti acquirenti ottengono gibboni tramite reti informali o online, con l’intenzione di tenerli come animali da compagnia. “Gran parte di loro sostiene di amare gli animali o di voler regalare ai propri figli un compagno di giochi,” afferma Ramli.

In India, la domanda si presenta in due forme: il commercio locale nelle aree rurali e la clientela benestante delle città, disposta a pagare per l’acquisto di gibboni per motivi di prestigio sociale. Florian Magne, direttore della HURO Foundation, sottolinea che i gibboni vengono spesso percepiti come “animali da compagnia prestigiosi, capaci di attirare l’attenzione e conferire status sociale.” Inoltre, la crescente richiesta di gibboni da parte di zoo privati e collezioni tra le élite indiane contribuisce sia al mercato interno che a quello internazionale.


Il costo di questa crescente domanda è la distruzione delle popolazioni selvatiche. I gibboni, noti per le loro spiccate capacità sociali e per la loro intensa protezione della prole, quando vengono catturati spesso portano alla annientamento dell’intero gruppo familiare. Questo aspetto rende la questione molto più complessa, dal momento che la cattura di un solo esemplare può avere ripercussioni devastanti sull’equilibrio ecologico.

I social media giocano un ruolo cruciale nel traffico di gibboni, rappresentandoli come animali “carini” e facili da gestire. Questa influenza digitale ha persino superato le norme culturali consolidate, come quelle delle Garo Hills nel nord-est dell’India, dove in passato danneggiare un gibbono veniva considerato un peccato. Le nuove generazioni, esposte a queste immagini e messaggi, tendono a cambiare le loro percezioni riguardo a questi animali.


La realtà del possesso di un gibbono è spesso ben diversa. Con la maturità, questi primati diventano sempre più difficili da gestire, portando molti proprietari a cercare di rinunciare ai loro animali. Tuttavia, reinserire questi esemplari in natura rappresenta una vera sfida, richiedendo anni di riabilitazione e, in molti casi, senza garantire che abbiano successo. Susan Cheyne, vicepresidente della Sezione sui Piccoli Primati dell’IUCN, sottolinea che ridurre la domanda è “assolutamente fondamentale” per la sopravvivenza della specie. Sebbene l’educazione possa essere utile nelle aree con scarsa consapevolezza, è necessaria una vera e propria trasformazione delle norme sociali in quelle zone in cui i gibboni sono associati al prestigio.

Il messaggio fondamentale, come afferma Cheyne, deve essere chiaro: “Lasciamo i gibboni liberi.” La protezione di questi animali stabilisce non solo un imperativo etico, ma è anche essenziale per il mantenimento della biodiversità e per la salute degli ecosistemi in cui vivono.

Per approfondire la questione, puoi leggere l’articolo completo di Ana Norman Bermúdez su Mongabay.

Fonte: TRAFFIC, IUCN, Mongabay.

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Luigi Salemi: