Il 2025 ha consegnato alla Sicilia un quadro economico complesso e contraddittorio. Da un lato, i dati complessivi parlano di una crescita del numero totale di imprese attive, segnale di una certa vitalità imprenditoriale; dall’altro, alcuni comparti storici continuano a soffrire in modo strutturale, con chiusure concentrate soprattutto nei grandi centri urbani. Un equilibrio fragile, che riflette le trasformazioni in atto nell’economia regionale.
Crescono le imprese, ma non tutti i settori
Il saldo complessivo dell’anno si è chiuso con oltre 4.300 nuove imprese in più rispetto al 2024, un risultato che ha collocato la Sicilia tra le regioni più dinamiche d’Italia per natalità aziendale, soprattutto nel terzo trimestre. Tuttavia, questa crescita non è omogenea: accanto a settori in espansione, come i servizi innovativi e il digitale, persistono aree di forte criticità che continuano a perdere occupazione e presidio economico.
Palermo e Catania, crisi diverse nelle grandi città
Nei principali poli urbani emergono dinamiche differenti. Palermo è la provincia che registra il numero più elevato di chiusure nel commercio al dettaglio e nell’abbigliamento, con un impatto evidente sul tessuto storico del centro cittadino, messo in difficoltà dal calo dei consumi e dall’aumento dei costi di gestione. Catania, invece, concentra il maggior numero di liquidazioni giudiziali nei settori dell’edilizia e dei servizi alle imprese, pur mostrando una forte capacità di attrazione per le nuove iniziative tecnologiche legate all’area dell’Etna Valley.
Turismo e stagionalità, il caso Messina
A Messina la crisi si manifesta soprattutto nel comparto turistico-ricettivo minore. Molte piccole strutture hanno cessato l’attività al termine della stagione 2025, incapaci di reggere la stagionalità e l’aumento dei costi energetici. Un fenomeno che colpisce in particolare le microimprese, meno strutturate e più esposte alle fluttuazioni della domanda.
Il commercio resta il settore più fragile
Nonostante una riduzione delle cessazioni rispetto agli anni precedenti, il commercio al dettaglio continua a presentare un saldo negativo, con circa 3.200 imprese in meno a livello regionale. Il comparto dell’abbigliamento è tra i più penalizzati, soprattutto a Palermo e Catania, dove la competizione con l’e-commerce e il calo del potere d’acquisto hanno accelerato la chiusura di molte attività.
Manifattura e agricoltura sotto pressione
Anche il settore manifatturiero attraversa una fase difficile. Molte piccole officine e aziende di produzione locale hanno interrotto l’attività per l’impossibilità di sostenere i costi energetici e affrontare gli investimenti richiesti dalla transizione digitale. In agricoltura, invece, la siccità prolungata tra il 2024 e il 2025 ha colpito duramente province come Ragusa e Siracusa, portando diverse aziende alla sospensione delle attività o al fallimento.
Fallimenti e allerta nel 2025
Il tema dei default resta centrale. Ad aprile 2025 si è registrato un picco di crisi aziendali, con oltre 800 imprese finite in una situazione di grave difficoltà. Le province più colpite rimangono Catania e Palermo, dove i tribunali monitorano costantemente procedure fallimentari e liquidazioni giudiziali, segnale di un tessuto economico ancora vulnerabile.
Il caso Flexider e gli effetti sull’indotto siciliano
Tra le crisi di maggiore rilevanza nazionale figura quella di Flexider, azienda monitorata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Pur avendo il suo nucleo storico nel Nord Italia, Flexider incide anche sull’economia siciliana attraverso l’indotto legato alla componentistica per energia e automotive, settori presenti in poli strategici come Termini Imerese e Priolo-Augusta. La sua difficoltà si riflette a cascata sulle imprese siciliane di manutenzione e logistica, mostrando come le crisi industriali nazionali abbiano ricadute dirette anche sull’economia regionale.