Brasile cancella decreto che privatizzava tre fiumi amazzonici dopo proteste indigene.

L’abrogazione del decreto e le ripercussioni sulla comunità indigena

Il Brasile ha recentemente revocato un decreto presidenziale che includa porzioni di tre fiumi amazzonici — il Tapajós, il Madeira e il Tocantins — all’interno di un programma di privatizzazione guidato dallo Stato. Questa decisione è stata il risultato di 33 giorni di proteste da parte di gruppi indigeni, che hanno bloccato un porto di Cargill a Santarém, situato nell’area occidentale dell’Amazzonia brasiliana. Queste proteste hanno sollevato un importante dibattito sulle questioni relative alla sovranità indigena e alla salute degli ecosistemi locali.

Il decreto faceva parte di una più ampia iniziativa infrastrutturale progettata per creare una via di esportazione industriale per chiatte da carico che trasportano soia, mais e altri cereali dagli stati agricoli del Cerrado e dell’Amazzonia verso i porti sulla costa atlantica. La decisione di abrogare questo decreto mostra l’importanza dei diritti delle popolazioni indigene nelle politiche di sviluppo economico del Brasile.


Il ruolo delle comunità indigene e la protezione dell’ambiente

Da oltre un mese, centinaia di manifestanti indigeni hanno chiesto al governo di fermare questa iniziativa, temendo che il progetto potesse causare danni irreversibili ai fiumi e minacciare almeno 17 territori indigeni, oltre a numerose comunità fluviali. I manifestanti hanno occupato il terminal di Cargill a Santarém, un sito archeologico precoloniale risalente al 2003, rivendicando la protezione del patrimonio culturale e delle risorse naturali.

Secondo gli archeologi, il terminal è stato costruito su un sito archeologico noto come Porto, e sebbene Cargill neghi tale affermazione, un’indagine effettuata nel 2013 ha identificato frammenti di ossa in un’urna ceramica scavata da questo sito. Ci sono registrazioni che indicano che l’area di Santarém fosse una delle più densamente popolate della regione amazzonica, e che molti indigeni furono uccisi lì dai coloni europei.

Alessandra Korap Munduruku, una leader indigena, ha dichiarato, “Dobbiamo proteggere questo fiume, dobbiamo proteggere questa foresta.” Questa protesta e il suo esito vittorioso evidenziano la necessità di ascoltare le voci delle popolazioni locali e delle loro preoccupazioni riguardo alla salvaguardia dell’ambiente.


La decisione di abrogare il decreto, inizialmente approvato nell’agosto 2025, è stata pubblicata nel Bollettino Ufficiale, il diario legale del governo federale, il 23 febbraio. Questo passaggio è avvenuto dopo un incontro tra i manifestanti, la ministra dell’ambiente Marina Silva e Guilherme Boulos, il segretario della presidenza.

Boulos ha affermato durante una conferenza stampa a Brasília il 23 febbraio: “La decisione di revocare il Decreti 12.600 è stata finalizzata oggi. Questo è un governo impegnato ad ascoltare il popolo, i lavoratori, i popoli indigeni.” Questa presa di posizione rappresenta un segnale positivo per il coinvolgimento delle comunità indigene nei processi decisionali riguardanti il loro territorio e la loro cultura.

I diritti delle comunità indigene in Brasile continuano a essere un tema caldo e la loro lotta per la protezione dei fiumi e delle foreste rappresenta non solo un interesse locale, ma una questione di giustizia sociale e ambientale a livello globale. Queste azioni e decisioni giungono in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la deforestazione e la degradazione ambientale nella regione amazzonica, sostenuta da ricerche della World Wildlife Fund (WWF) e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), rivelando l’importanza di politiche che tutelino davvero i diritti delle popolazioni indigene.

Fonti ufficiali come il Ministero dell’Ambiente del Brasile e Amazon Watch offrono ulteriori dettagli e aggiornamenti su questa situazione e appoggiano l’importanza della conservazione delle risorse naturali e della protezione dei diritti delle popolazioni indigene.

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Luigi Salemi: