L’uomo è accusato di porto e detenzione illegale di arma da fuoco e di lesioni aggravate. Il ferimento sarebbe legato a una somma di 40 euro
La Polizia di Stato di Catania ha eseguito, il 9 luglio scorso, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un uomo del 1974, ritenuto gravemente indiziato di detenzione e porto illegale di arma comune da sparo, nonché di lesioni personali aggravate dall’uso dell’arma da fuoco e dalla premeditazione.
Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Catania il 6 luglio, su richiesta della Procura Distrettuale della Repubblica etnea, che ha coordinato le indagini. Le accuse sono formulate nell’ambito della fase investigativa e valgono nel rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.
L’inchiesta prende le mosse da un episodio avvenuto l’11 marzo 2026 nel quartiere Librino. Intorno alle 19.10, un uomo si era presentato al Pronto soccorso dell’ospedale San Marco con una ferita lacero-contusa al cuoio capelluto e due ferite da arma da fuoco a una gamba. I medici avevano giudicato le lesioni guaribili in venti giorni.
Le indagini della Squadra Mobile
Le investigazioni sono state condotte dagli agenti della Squadra Mobile di Catania, con il supporto del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica della Sicilia Orientale. Durante il sopralluogo nell’area di viale Bummacaro, luogo indicato come scenario del ferimento, gli investigatori hanno rinvenuto e sequestrato un bossolo esploso calibro 380 Auto.
L’attività investigativa, sviluppata attraverso intercettazioni, accertamenti tecnici e raccolta di testimonianze, ha consentito agli inquirenti di ricostruire il contesto dell’aggressione. Secondo l’ipotesi accusatoria accolta dal giudice, il ferimento sarebbe stato una sorta di “punizione esemplare” nei confronti della vittima, accusata di essersi appropriata di 40 euro che le erano stati affidati per svolgere un incarico poi non portato a termine.
Gli investigatori hanno inoltre evidenziato una iniziale reticenza della persona offesa, che avrebbe ostacolato l’immediata identificazione del presunto responsabile. Solo grazie ai successivi approfondimenti investigativi e agli elementi raccolti nel corso dell’indagine sarebbe stato possibile individuare l’uomo destinatario della misura cautelare.