In natura, anche ciò che un animale non riesce a digerire può diventare una preziosa fonte di informazioni. È il caso delle borre, piccoli ammassi compatti che alcuni uccelli rigurgitano dopo aver ingerito una preda.
Al loro interno si possono trovare peli, piume, esoscheletri e ossa, materiali che raccontano molto più di quanto si possa immaginare sulle abitudini alimentari dei loro produttori.
Un pasto che lascia tracce
Le borre sono particolarmente conosciute negli strigiformi, il gruppo che comprende gufi, civette e barbagianni. Questi uccelli possono ingerire le prede intere o in grossi frammenti. Le parti digeribili vengono utilizzate dall’organismo, mentre alcuni residui resistenti si accumulano nel tratto digerente e vengono successivamente espulsi dalla bocca sotto forma di una massa compatta.
La composizione varia in base alla specie e a ciò che è stato mangiato. Nelle borre di un barbagianni, per esempio, è possibile trovare resti di piccoli roditori, tra cui minuscole ossa del cranio e della colonna vertebrale.
Non bisogna confondere queste strutture con gli escrementi: si tratta di materiale rigurgitato, formatosi attraverso un processo differente. Proprio la presenza di elementi riconoscibili le rende interessanti per gli studiosi.
Un archivio naturale per gli scienziati
Analizzando le borre, i ricercatori possono ricostruire una parte della dieta di un rapace e individuare le specie predate. Le ossa e i denti dei piccoli mammiferi, per esempio, aiutano a distinguere gruppi differenti.
La raccolta sistematica di questi dati permette di ottenere informazioni sulla presenza di determinate specie in un territorio. In alcuni casi, il confronto tra campioni provenienti da periodi diversi può contribuire a individuare cambiamenti nella disponibilità delle prede o nelle abitudini alimentari degli uccelli.
Naturalmente, una borra non racconta tutto. Rappresenta soltanto una parte dei pasti dell’animale e può non contenere elementi sufficienti per identificare ogni preda con certezza. Per questo i risultati devono essere interpretati insieme ad altri dati ecologici.
Le borre possono essere utilizzate anche in attività didattiche. Osservare al microscopio i resti contenuti in un campione opportunamente preparato consente di comprendere concretamente i rapporti tra predatori e prede.
La raccolta, tuttavia, deve rispettare le norme locali e non disturbare gli animali o i loro siti di riposo. È preferibile affidarsi a campioni già raccolti da ricercatori o a materiali preparati per scopi educativi.
Questi piccoli ammassi, apparentemente poco invitanti, sono dunque strumenti preziosi per studiare la biodiversità. Dimostrano che in natura anche un residuo può trasformarsi in una fonte di conoscenza, capace di svelare la presenza di animali difficili da osservare direttamente.