Al largo della costa settentrionale dell’Islanda, dove il Circolo Polare Artico incontra il territorio islandese, esiste un’isola piccola, remota e avvolta da un’atmosfera quasi sospesa nel tempo. È Grímsey, un luogo abitato da molte più creature alate che esseri umani, dove la vita quotidiana continua a scorrere nonostante l’isolamento e le difficoltà di una comunità di pescatori sempre più fragile.
È proprio qui che conduce il viaggio narrativo di Leonardo Piccione, autore profondamente legato all’Islanda, attraverso il suo libro Cose da fare di notte al Circolo Polare Artico. Un racconto che nasce dall’esperienza diretta di diversi mesi trascorsi sull’isola e che sarà al centro di un incontro con Chiara Marino, con appuntamento per la partenza in Piazzetta Bagnasco.
Un’isola sospesa tra solitudine e comunità
Grímsey è uno degli angoli più particolari dell’Islanda. La sua posizione geografica e le sue dimensioni ridotte contribuiscono a creare un senso di distanza dal resto del mondo. Qui la natura domina il paesaggio e gli uccelli marini sono una presenza costante, mentre gli abitanti rappresentano una comunità piccola e strettamente legata al mare.
Piccione ha scelto di immergersi completamente nella realtà dell’isola, alternando momenti di solitudine alla partecipazione alla vita quotidiana degli abitanti. Il risultato è un racconto che non si limita alla descrizione di un territorio, ma prova a restituire l’atmosfera, le persone e le storie che rendono Grímsey un luogo così particolare.
Il libro prende forma attraverso incontri apparentemente ordinari: camminate, partite a scacchi, conversazioni, momenti trascorsi insieme e persino ricette per preparare il merluzzo. Sono proprio questi dettagli a trasformare l’esperienza dell’autore in un viaggio umano oltre che geografico.
La domanda con cui viene accolto chi vuole raggiungere l’isola restituisce perfettamente lo spirito del luogo: «Che vai a farci a Grímsey?». Un interrogativo che contiene allo stesso tempo curiosità, ironia e la consapevolezza di trovarsi davanti a una destinazione lontana dalle rotte più comuni del turismo.
Daniel Willard Fiske e il “mal d’Islanda”
Tra i protagonisti del racconto emerge anche una figura singolare della storia di Grímsey: Daniel Willard Fiske, bibliofilo dell’Ottocento diventato una sorta di patrono dell’isola.
La sua storia si intreccia con quella della comunità e contribuisce a dare al libro una dimensione che va oltre il presente. Il passato e il presente di Grímsey si incontrano così nelle pagine di Piccione, attraverso personaggi, racconti e memorie che hanno contribuito a costruire l’identità dell’isola.
Cose da fare di notte al Circolo Polare Artico diventa quindi il resoconto di un’avventura ai margini del mondo conosciuto, ma anche un’indagine sulla capacità degli esseri umani di costruire comunità in luoghi difficili e isolati.
Al centro resta il rapporto tra uomo e natura, ma anche quello tra chi sceglie di partire e chi, invece, ha fatto di un luogo remoto la propria casa. La solitudine non viene raccontata soltanto come privazione, ma anche come occasione per osservare con maggiore attenzione ciò che normalmente sfugge.
Il legame di Piccione con l’Islanda nasce da molto tempo. Nel 2019 ha pubblicato Il Libro dei vulcani d’Islanda, dedicato al paesaggio vulcanico e alla storia del Paese. Nel corso degli anni ha continuato a raccontare territori, persone e situazioni attraverso una scrittura capace di unire reportage e narrazione.
Nato nel 1987 a Corato, Piccione ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Statistiche prima di dedicarsi anche alla scrittura. Ha realizzato reportage narrativi e sportivi per diverse testate e ha seguito sette edizioni del Giro d’Italia.
La sua produzione comprende anche Tutta colpa di Venere e Insegnare a nuotare a una foca. Con Grímsey torna invece in uno dei luoghi con cui ha costruito negli anni un rapporto particolarmente intenso.
L’isola diventa così molto più di una destinazione geografica: è un laboratorio umano e naturale a cielo aperto, un luogo nel quale il confine tra viaggio, solitudine e scoperta personale appare particolarmente sottile. Ed è forse proprio questo il significato di quel misterioso “mal d’Islanda” evocato nel racconto: la difficoltà di liberarsi dal richiamo di una terra capace di rimanere nella memoria anche dopo essere tornati lontano.