Quando una frana sconvolge una comunità, la domanda che tutti si pongono è: chi ha responsabilità? A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, questa domanda si fa ancora più urgente dopo lo smottamento del 25 gennaio scorso che ha causato danni enormi e costretto circa 1500 persone a lasciare le proprie case. Ora la Procura di Gela ha messo nero su bianco un primo passo concreto, iscrivendo 13 persone nel registro degli indagati per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Tra questi figurano i presidenti della Regione Sicilia che si sono succeduti negli ultimi 16 anni, dal 2010 al 2026.
Le indagini, coordinate dal procuratore Salvatore Vella, si articolano in tre fasi distinte ma connesse, ognuna delle quali mira a fare luce su diverse omissioni e mancanze che avrebbero potuto evitare o almeno mitigare il disastro. Questo procedimento non riguarda solo il recente episodio ma si spinge a indagare su decenni di gestione della sicurezza e degli interventi sul territorio.
Le tre fasi dell’indagine sulla frana di Niscemi
La prima fase è focalizzata sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione previste fin dal primo grande smottamento del 1997. All’epoca furono individuati interventi necessari per prevenire ulteriori frane, tra cui sistemi di monitoraggio e infrastrutture per stabilizzare il terreno. Nel 1999 venne firmato un contratto di appalto da 12 milioni di euro, affidato a un’associazione temporanea di imprese (Ati), ma di fatto nessun lavoro venne completato. Il contratto si risolse nel 2010 senza risultati tangibili. Per questa fase risultano indagate 13 persone, tra cui figure istituzionali e tecniche.
La seconda fase riguarda invece i mancati interventi per la raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere, ritenute causa scatenante del movimento franoso. Le acque, infiltrandosi nel terreno, avrebbero indebolito la tenuta del suolo, provocando il cedimento. Qui l’indagine è ancora all’inizio, con accertamenti in corso.
Infine, la terza fase si concentra sulla gestione della “zona rossa”, ovvero l’area a rischio elevato già identificata dopo la prima frana e nelle successive relazioni della commissione tecnica nominata dalla Presidenza del Consiglio. Si indaga sui mancati sgomberi, le demolizioni non effettuate, il blocco insufficiente di nuove costruzioni e le autorizzazioni concesse per opere non ammesse. Anche questa fase è ancora agli albori e potrebbe portare all’ampliamento del numero degli indagati.
Le responsabilità politiche e istituzionali sotto la lente
Tra gli indagati spiccano i nomi degli ultimi quattro presidenti della Regione Siciliana: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci – attuale ministro della Protezione Civile – e Renato Schifani, in carica dal 2023. Accanto a loro, figurano ex e attuali dirigenti della Protezione Civile Regionale e il responsabile dell’Ati incaricata dei lavori mai realizzati.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Il presidente Schifani ha dichiarato di riporre “massima fiducia nel lavoro della magistratura”, sottolineando di aver operato sempre “con correttezza e senso delle istituzioni”. Anche Lombardo, ex presidente, ha definito la sua iscrizione nel registro come “atto dovuto” e ha auspicato che si chiarisca presto la sua estraneità ai fatti.
Dal Parlamento Europeo arriva la solidarietà dell’eurodeputato Marco Falcone, che esprime vicinanza alle figure coinvolte, auspicando che le indagini procedano “con rapidità e chiarezza nell’interesse dei cittadini di Niscemi”.
Un’analisi oltre le indagini: la fragilità del territorio siciliano
Dietro la cronaca e le persone coinvolte emerge una realtà più ampia, quella della fragilità idrogeologica della Sicilia e, in particolare, delle aree interne come Niscemi. Le frane non sono eventi isolati, ma spesso il risultato di un mix di fattori: cambiamenti climatici che aumentano precipitazioni intense, urbanizzazione disordinata, carenze strutturali e ritardi nella manutenzione.
La vicenda di Niscemi mette in luce come la prevenzione sia fondamentale ma troppo spesso trascurata per ragioni burocratiche, economiche o politiche. Questo caso, con la sua portata giudiziaria, potrebbe rappresentare un precedente importante per rafforzare le politiche di gestione del rischio e per imporre maggiore responsabilità alle istituzioni coinvolte.
In un’Italia dove la tutela del territorio è spesso un’emergenza dimenticata, la vicenda di Niscemi diventa uno specchio che riflette la necessità di un cambio di passo radicale, dal livello locale a quello nazionale, per proteggere vite, case e comunità dal dissesto ambientale.