La Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA) interviene sulla grave frana che sta colpendo Niscemi, definendola un fenomeno di notevole estensione e complessità. Secondo Michele Orifici, vicepresidente nazionale dell’associazione, il dissesto attuale rappresenta la riattivazione di un movimento franoso già verificatosi nel 1997, che allora provocò ingenti danni.
“Stiamo seguendo con molta attenzione l’evoluzione della frana – afferma Orifici –. La fragilità del territorio presenta ancora una volta il conto, coinvolgendo centinaia di famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni”.
Le origini del fenomeno: eventi del 16 e 25 gennaio
Il geologo Giuseppe Collura, referente SIGEA presente sul posto, ricostruisce le fasi principali dell’evento. Il primo movimento franoso si è verificato il 16 gennaio, interessando il versante occidentale su cui insiste la Strada Provinciale 12.
Una seconda attivazione, avvenuta il 25 gennaio, ha ampliato il fronte verso sud-ovest, coinvolgendo direttamente il margine del centro abitato e sovrapponendosi al corpo di frana del 1997, già documentato anche in scritti storici risalenti al 1790.
Un territorio geologicamente fragile
Dal punto di vista geologico, l’area interessata è caratterizzata da terreni sabbioso-limosi poggianti su un substrato argilloso, una combinazione che favorisce l’instabilità. A ciò si aggiunge un contesto geomorfologico ad altissima suscettività alla franosità.
Secondo Collura, uno dei fattori aggravanti è rappresentato dal deflusso incontrollato delle acque provenienti dal centro urbano, che si riversano sul versante creando profonde incisioni e aumentando la vulnerabilità del territorio.
Nessun intervento dal 1997: rischio prevedibile
I geologi sottolineano come, dopo l’evento del 1997, non siano stati realizzati interventi strutturali di sistemazione e mitigazione del rischio. La frana, infatti, non si è mai completamente stabilizzata e negli anni ha continuato a manifestare segnali di movimento.
“Era altamente probabile che un evento di questa portata si ripetesse – spiega Collura – soprattutto in assenza di opere di consolidamento”.
Cambiamenti climatici e nuove emergenze
Secondo Orifici, il recente ciclone Harry e la crescente frequenza di eventi meteorologici estremi nel Mediterraneo impongono una nuova visione nella gestione del territorio.
“Occorrono azioni rapide di adattamento al cambiamento climatico – afferma – con priorità ai territori storicamente esposti al rischio idrogeologico. La resilienza passa dal coinvolgimento di cittadini, tecnici e istituzioni”.
Mille evacuati e case a rischio
Le conseguenze sull’abitato sono già pesanti. Circa mille persone sono state evacuate da una fascia di rispetto di circa 100 metri dal ciglio della frana. Numerose abitazioni risultano esposte al rischio di ulteriori cedimenti.
Le autorità, insieme alla Protezione civile, stanno monitorando costantemente l’evoluzione del fenomeno per garantire la sicurezza della popolazione.
Le prospettive: monitoraggio e possibile delocalizzazione
Gli esperti concordano sulla necessità di un monitoraggio continuo fino alla completa stabilizzazione del versante. Parallelamente, sarà fondamentale raccogliere dati dettagliati per pianificare una seconda fase di intervento.
Questa potrebbe prevedere la delocalizzazione delle abitazioni più esposte e la realizzazione di opere di consolidamento e drenaggio, indispensabili per ridurre il rischio futuro.
Una sfida per il futuro del territorio
La frana di Niscemi rappresenta l’ennesimo segnale della vulnerabilità del territorio siciliano. Secondo i geologi della SIGEA, solo una programmazione a lungo termine, fondata sulla prevenzione e sulla manutenzione costante, potrà evitare il ripetersi di emergenze simili.
“Non si può più intervenire solo dopo le tragedie – conclude Orifici –. Serve una nuova cultura della prevenzione per tutelare le comunità e il territorio”.