La Corte d’Appello di Palermo ha ridotto da 11 anni e 4 mesi a 9 anni di reclusione la pena inflitta a Laura Bonafede, l’insegnante di Campobello di Mazara che per anni ha avuto una relazione con il boss Matteo Messina Denaro. I giudici hanno confermato la responsabilità della donna per il reato di associazione mafiosa, concedendo però un lieve sconto di pena rispetto alla sentenza di primo grado.
La vicenda giudiziaria riguarda il ruolo che, secondo l’accusa, Bonafede avrebbe avuto durante la lunga latitanza del capomafia castelvetranese, arrestato il 16 gennaio 2023 dopo quasi trent’anni di fuga.
Le dichiarazioni in aula: “Conobbi il suo lato buono”
Prima della sentenza di primo grado, la maestra aveva reso lunghe dichiarazioni spontanee nel tentativo di spiegare il rapporto che l’aveva legata per decenni al boss.
«Io ho conosciuto un lato buono perché lui era una persona spiritosa, educata, divertente e mi faceva trascorrere quelle ore allontanandomi dalla mia quotidianità che era un poco pesante», aveva raccontato ai giudici.
Una ricostruzione che la difesa ha utilizzato per descrivere il legame come una relazione personale e sentimentale, ma che non è bastata a evitare la condanna. In primo grado i pubblici ministeri Piero Padova e Gianluca De Leo avevano chiesto una pena di 15 anni di reclusione.
Per l’accusa fu parte integrante della rete del boss
Secondo la Direzione distrettuale antimafia, Laura Bonafede non si sarebbe limitata a mantenere una relazione con il latitante, ma avrebbe avuto un ruolo attivo nel sostenerlo durante gli anni della clandestinità.
Per i magistrati, infatti, la donna avrebbe contribuito a gestire la rete di comunicazioni del capomafia, condividendone segreti e informazioni e favorendone la permanenza ai vertici di Cosa Nostra.
A sostegno dell’accusa vi sono numerosi pizzini, lettere e appunti sequestrati dopo l’arresto di Messina Denaro. Dai documenti emergerebbe un rapporto profondo e consolidato, caratterizzato da un linguaggio spesso cifrato e da riferimenti sia alla loro vita privata sia a dinamiche riconducibili all’organizzazione mafiosa.
Una relazione proseguita durante la latitanza
Nel corso del processo Bonafede ha ricostruito alcuni momenti della relazione con il boss.
«Ci davamo appuntamento in una via di Campobello, io salivo in macchina e ce ne andavamo assieme», ha raccontato. La donna ha spiegato che nel 2013, dopo l’arresto della sorella di Messina Denaro e l’intensificarsi dei controlli sul territorio, il capomafia le comunicò attraverso una lettera la necessità di interrompere gli incontri diretti.
Secondo quanto emerso dalle indagini, tuttavia, il rapporto tra i due non si sarebbe mai realmente concluso.
Il legame con la famiglia Bonafede
Le inchieste hanno inoltre evidenziato il forte rapporto instaurato da Messina Denaro con la famiglia della maestra. Il boss avrebbe frequentato anche la figlia di Laura Bonafede, successivamente condannata per favoreggiamento, considerandola come una figlia adottiva. Uno degli ultimi incontri tra il capomafia e l’insegnante sarebbe stato immortalato dalle telecamere di videosorveglianza di un supermercato di Campobello di Mazara. Le immagini mostrerebbero i due insieme appena due giorni prima dell’arresto del boss, avvenuto a Palermo nel gennaio del 2023.
Una sentenza che conferma il quadro accusatorio
La decisione della Corte d’Appello rappresenta una conferma dell’impianto accusatorio costruito dalla Procura di Palermo, che ha sempre sostenuto il coinvolgimento della maestra nella rete di sostegno che ha consentito a Matteo Messina Denaro di restare latitante per decenni.
Pur riducendo la pena, i giudici hanno ribadito la sussistenza dell’accusa di associazione mafiosa, riconoscendo il ruolo attribuito all’insegnante all’interno dell’organizzazione criminale legata all’ultimo grande capo di Cosa Nostra.