Negli ultimi anni l’uso di estratti di cannabis in medicina veterinaria è diventato un tema sempre più discusso. Soprattutto il CBD (cannabidiolo) è al centro dell’attenzione per il suo possibile impiego nel trattamento di dolore, ansia, epilessia e alcune patologie croniche negli animali domestici.
Un percorso che, secondo diversi esperti, ha radici più lontane di quanto si pensi e che oggi si sta strutturando tra ricerca scientifica, pratica clinica e formazione specialistica.
Dalla storia della cannabis alla veterinaria moderna
Gli estratti di cannabis non sono una novità assoluta in medicina: già tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 la cannabis era presente in alcune farmacopee ufficiali, inclusa quella americana, come rimedio utilizzato anche in ambito umano.
Nel mondo veterinario moderno, invece, un punto di svolta viene spesso fatto risalire al 2013, quando il veterinario californiano Doug Kramer iniziò a sperimentare l’uso di prodotti a base di canapa sui cani, in particolare per alleviare il dolore legato a patologie oncologiche.
Da allora l’interesse è cresciuto, soprattutto negli Stati Uniti, aprendo la strada a un filone di ricerca sempre più strutturato.
Italia: tra ricerca, formazione e pratica clinica
In Italia non esistono ancora grandi associazioni scientifiche veterinarie interamente dedicate alla cannabis terapeutica, ma il settore è in evoluzione.
Alcune realtà come Cannabiscienza si occupano di formazione su cannabis medica e sistema endocannabinoide, rivolgendosi a medici, veterinari e farmacisti.
Nel panorama clinico italiano viene spesso citata l’esperienza della veterinaria Elena Battaglia, tra i primi professionisti a introdurre l’uso del CBD e della cannabis terapeutica sugli animali in ambito clinico, soprattutto per patologie legate a dolore cronico, ansia e malattie degenerative.
CBD e cannabis terapeutica: cosa cambia davvero
È fondamentale distinguere tra le diverse formulazioni:
CBD (cannabidiolo): non psicoattivo, utilizzato in oli e integratori veterinari
CBD full spectrum: contiene più componenti della pianta (cannabinoidi, terpeni, flavonoidi)
Cannabis terapeutica: può contenere anche THC in quantità controllate, usata in preparazioni galeniche specifiche
In generale, il CBD viene considerato per dolori lievi o moderati, mentre le preparazioni con cannabis medica vengono valutate in casi più complessi, sempre sotto stretto controllo veterinario.
Come agirebbe sull’organismo degli animali
Cani, gatti e altri mammiferi possiedono un sistema endocannabinoide, coinvolto nella regolazione di:
- dolore
- infiammazione
- umore e ansia
- appetito
- risposta immunitaria
L’ipotesi alla base dell’uso del CBD è che possa interagire con questo sistema, contribuendo a modulare la percezione del dolore e alcuni stati di stress.
Per quali problemi viene studiato
Secondo l’esperienza clinica riportata da diversi veterinari, i cannabinoidi vengono presi in considerazione in caso di:
- dolore cronico e artrosi
- ansia e stress
- epilessia
- patologie oncologiche (come supporto)
- disturbi neurologici
- alcune malattie autoimmuni e gastrointestinali
In alcuni casi vengono utilizzati anche nei gatti, con modalità di somministrazione adattate.
Attenzione: terapia sempre controllata
Uno dei punti più sottolineati dagli specialisti è che non si tratta di rimedi fai da te.
La somministrazione deve essere:
- prescritta da un veterinario
- personalizzata in base a specie, peso e patologia
- monitorata nel tempo
- integrata con eventuali altre terapie
Si parte generalmente da dosaggi bassi, che vengono poi adattati in base alla risposta dell’animale.
Effetti e possibili reazioni
Se usato correttamente, il CBD è generalmente considerato ben tollerato. Tuttavia possono comparire:
- lieve sedazione o torpore
- variazioni temporanee dell’energia
- risposta individuale variabile
Effetti più marcati sono più probabili con preparazioni contenenti THC e richiedono un controllo veterinario ancora più rigoroso.
La comunità scientifica veterinaria considera la cannabis terapeutica un campo promettente ma ancora in fase di consolidamento. L’obiettivo di molti professionisti è trasformare queste terapie in strumenti clinici standardizzati, basati su formazione e ricerca universitaria.
In sintesi, il CBD e i cannabinoidi non sono una “soluzione miracolosa”, ma un ambito terapeutico in crescita che potrebbe affiancare le cure tradizionali in casi selezionati, sempre sotto guida veterinaria.