Dopo un iter lungo e travagliato, tra bocciature eccellenti e voti segreti che hanno spaccato la maggioranza, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la riforma degli enti locali. Tra le norme più significative inserite nel testo finale spicca l’obbligo, per i Comuni con oltre tremila abitanti, di nominare in giunta almeno il 40% di assessori di ciascun genere. La disposizione entrerà in vigore dal primo rinnovo dei consigli comunali.
Un risultato salutato trasversalmente come “storico” da gran parte delle forze politiche. Marco Intravaia (Forza Italia) ha parlato di adeguamento alla normativa nazionale sulla partecipazione femminile nelle amministrazioni comunali, pur ribadendo che “le donne capaci e competenti non hanno bisogno di quote di riserva”.
Soddisfazione anche da parte della Lega, con Salvo Geraci che ha definito la norma “ciò che salva” un disegno di legge altrimenti ridimensionato dall’Aula, mentre Vincenzo Figuccia ha parlato di “passo avanti importante sul piano della rappresentanza”.
Per Fratelli d’Italia, Giorgio Assenza ha evidenziato come l’introduzione della soglia del 40% colmi finalmente il divario con il resto d’Italia, definendola una battaglia sostenuta con forza dal partito.
Dal fronte delle opposizioni, il Partito Democratico ha rivendicato il risultato come un atto di giustizia e di riallineamento ai principi costituzionali di pari opportunità. Valentina Chinnici ha parlato di “vittoria del partito delle donne”, mentre Michele Catanzaro ha sottolineato che non si tratta di una concessione ma del riconoscimento di un diritto.
Anche il Movimento 5 Stelle ha espresso soddisfazione per l’introduzione della quota di genere. Roberta Schillaci ha definito la norma “di civiltà”, frutto di un lavoro unitario delle deputate oltre le appartenenze politiche, mentre Antonio De Luca ha rimarcato l’importanza dell’allineamento al resto del Paese.
Bocciature e tensioni: maggioranza divisa, riforma ridimensionata
Se la norma sulle quote di genere è stata accolta come una conquista, il giudizio complessivo sulla riforma resta in chiaroscuro. Numerosi articoli sono stati bocciati, tra cui quelli sul terzo mandato consecutivo dei sindaci e sull’introduzione della figura del consigliere supplente.
Le votazioni hanno evidenziato profonde fratture nella maggioranza. Più interventi hanno denunciato l’assenza di una “regia d’Aula” e l’incapacità di esprimere una linea unitaria. Secondo le opposizioni, l’esito finale certifica una coalizione sempre più divisa.
Duro anche il commento di Sud Chiama Nord, che ha parlato di “Vietnam parlamentare”, pur rivendicando l’approvazione di una norma proposta dal gruppo per consentire ai Comuni che hanno usufruito del fondo di rotazione nel 2020 di restituirlo in otto anni anziché in cinque.
Nel dibattito è intervenuta anche l’Anci Sicilia. Il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano hanno sollevato una riflessione più ampia sull’autonomia speciale della Regione, sottolineando come i Comuni siciliani si trovino spesso in un quadro normativo frammentato e instabile. Tra i nodi irrisolti, la mancata istituzione del Consiglio delle autonomie locali e le incertezze sulle norme riguardanti mandati e indennità.
Il testo approvato, dunque, consegna alla Sicilia un importante passo avanti sul fronte della rappresentanza di genere, ma lascia aperto il confronto politico sulla stabilità della maggioranza e sulla capacità dell’Ars di affrontare in modo organico le riforme strutturali per gli enti locali dell’Isola.