Carceri, scontro tra De Lucia e Nordio: «Non più sotto il controllo dello Stato»
L’allarme del capo della Procura di Palermo
Le carceri italiane «non sono più sotto il controllo dello Stato» e il loro equilibrio sarebbe garantito soltanto dagli interessi delle organizzazioni criminali. Le parole del procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, pronunciate durante un incontro ai Cantieri culturali della Zisa organizzato da Assostampa Sicilia, hanno acceso un duro scontro istituzionale con il ministro della Giustizia Carlo Nordio e provocato reazioni nel mondo politico.
«Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere», ha dichiarato De Lucia, descrivendo una situazione che considera particolarmente critica. Il procuratore ha inoltre evidenziato il problema del sovraffollamento, della presenza di numerosi detenuti tossicodipendenti e della carenza di adeguati sistemi di assistenza e recupero.
Secondo il magistrato, «le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere» e il controllo effettivo sarebbe esercitato dalle organizzazioni criminali interessate a mantenere invariato l’attuale equilibrio.
La replica di Nordio: «Parole di una gravità inaudita»
Immediata la risposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha respinto con forza le affermazioni del procuratore palermitano.
«È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso», ha dichiarato il Guardasigilli, definendo «di una gravità inaudita» le parole del magistrato.
Nordio ha sottolineato come dichiarazioni di questo tipo finiscano per coinvolgere l’intero corpo della polizia penitenziaria, che quotidianamente opera negli istituti di detenzione.
«È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero corpo della polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale», ha affermato il ministro.
Il titolare della Giustizia ha inoltre evidenziato che simili uscite rischiano di compromettere il clima di collaborazione istituzionale costruito negli ultimi mesi con la magistratura, il Consiglio superiore della magistratura e la Procura nazionale antimafia.
Le opposizioni chiedono chiarimenti
Le dichiarazioni di De Lucia hanno alimentato anche il dibattito politico. Dalle opposizioni sono arrivate richieste di chiarimento rivolte al governo.
Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha parlato di un possibile «fallimento clamoroso» del sistema di sicurezza nazionale, sostenendo che, se le carceri fossero realmente sotto il controllo delle organizzazioni mafiose, il governo dovrebbe fornire spiegazioni immediate.
Sulla stessa linea Benedetto Della Vedova di +Europa, che ha invitato il ministro Nordio a chiarire la situazione e a spiegare se le affermazioni del procuratore corrispondano o meno alla realtà del sistema penitenziario italiano.
Il caso del boss che impartiva ordini dal carcere
Nel suo intervento, De Lucia ha richiamato anche una recente indagine antimafia che, a suo giudizio, dimostrerebbe la capacità delle organizzazioni criminali di mantenere collegamenti e potere operativo dall’interno degli istituti di pena.
L’inchiesta riguarda il mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo. Secondo gli investigatori, Salvatore Verga, detenuto nel carcere di Trani, avrebbe continuato a gestire attività estorsive e intimidatorie nei confronti di commercianti e imprenditori dell’area palermitana, impartendo direttive agli affiliati dall’interno della struttura penitenziaria.
Per il procuratore, episodi di questo genere rappresentano il segnale di una criticità che richiede un intervento urgente e strutturale.
L’allarme sul racket: «Poche denunce, problema gravissimo»
De Lucia ha poi spostato l’attenzione sul fenomeno delle estorsioni mafiose, parlando di una recrudescenza del racket soprattutto nelle zone periferiche di Palermo.
Secondo il capo della Procura, in alcune aree il pagamento del pizzo continua a essere considerato una pratica consolidata e permane una forte resistenza a denunciare.
«Oggi il problema delle poche denunce rispetto al racket è serissimo», ha affermato il magistrato, sottolineando come la città sia profondamente cambiata rispetto a trentacinque anni fa ma come permangano ancora sacche di consenso e complicità nei confronti della criminalità organizzata.
Particolarmente significativo, secondo De Lucia, il caso di alcuni imprenditori che avrebbero fatto sparire prove di intimidazioni subite, come bottiglie incendiarie lasciate davanti alle attività commerciali. Il procuratore ha concluso il suo intervento lanciando un appello a commercianti e imprenditori affinché denuncino le richieste estorsive.
«Se avessimo le denunce necessarie oggi potremmo fornire risposte in tempi rapidissimi, individuando e perseguendo i responsabili del racket», ha affermato, ribadendo che il contrasto alla mafia passa anche attraverso una maggiore collaborazione della società civile e del tessuto economico con le istituzioni.
